Oggi, 12 giugno, Trieste ricorda la fine dei “quaranta giorni” di occupazione jugoslava. Nel 1945, le truppe della IV Armata di Josip Broz Tito lasciavano finalmente la città, passando il testimone al Governo Militare Alleato (GMA) guidato dalle forze anglo-americane del generale William Duthie Morgan. Ma la storia di quei giorni è un groviglio di geopolitica globale, vendette ideologiche, spionaggio e promesse tradite, dove il destino dei popoli locali fu cinicamente barattato sull’altare dei grandi equilibri mondiali.
Per capire come si arrivò al 12 giugno, dobbiamo riavvolgere il nastro di qualche giorno e guardare alle dinamiche tra Washington, Belgrado, Mosca e i porti dimenticati dell’Istria.

La Linea Morgan (in rosso) e la demarcazione delle zone di occupazione nel 1945. Fonte: Wikipedia
La minaccia di Truman, il cappio navale sul Golfo e gli approdi istriani
La permanenza jugoslava a Trieste non cessò per via diplomatica, ma sotto il peso di una reale, drammatica minaccia di distruzione militare. Il presidente statunitense Harry S. Truman, fermamente intenzionato a non cedere alla politica del fatto compiuto di Tito, ruppe gli indugi ordinando non solo lo schieramento a terra della 91ª Divisione di fanteria USA, ma soprattutto il blocco navale del Golfo di Trieste da parte della flotta alleata guidata dall’ammiraglio Hewitt.
Truman fu esplicito e spietato nella sua determinazione: fece sapere a Tito che le navi da guerra anglo-americane schierate nel Golfo avevano l’ordine di cannoneggiare Trieste e spianare i presidi jugoslavi sia se l’esercito partigiano non avesse abbandonato la città entro i termini, sia se avesse tentato una qualsiasi mossa di rientro dopo il ritiro. Davanti alla prospettiva di vedere le proprie truppe annientate dal fuoco delle artiglierie navali alleate, il leader jugoslavo dovette cedere. A sigillare il destino di Tito fu però il definitivo e cinico abbandono da parte di Josif Stalin: il dittatore sovietico, che aveva già spartito l’Europa a tavolino con gli occidentali, non aveva alcuna intenzione di rischiare una Terza Guerra Mondiale o di compromettere gli interessi di Mosca per assecondare le ambizioni jugoslave. Stalin ordinò perentoriamente a Belgrado di ritirarsi da Trieste, togliendo a Tito ogni copertura diplomatica e militare. Il 9 giugno 1945 vennero così firmati i cruciali Accordi di Belgrado (seguiti l’11 giugno da quelli di Duino), che stabilivano la ritirata jugoslava a est della Linea Morgan.
C’è un dettaglio fondamentale e tragico in quegli accordi: i negoziatori jugoslavi avevano accettato di sgomberare anche i principali porti della costa occidentale istriana (Pola, Parenzo, Rovigno, Capodistria, Cittanova, Pirano e Umago), i cosiddetti “approdi istriani”, storiche roccaforti di lingua e cultura veneto-italiana. Gli jugoslavi si ritirarono da quelle località l’11 giugno. Tuttavia, Pola a parte, gli anglo-americani, per calcolo geopolitico o semplice carenza logistica, non vi sbarcarono mai. Vedendo il vuoto di potere, l’esercito di Tito rioccupò le posizioni quarantotto ore dopo. Quel mancato sbarco alleato legittimò di fatto il controllo jugoslavo sull’Istria costiera, compromettendo per sempre la plurisecolare presenza veneta in quelle terre.
Una violenza ideologica e l’asse OZNA-KGB a San Giovanni
La situazione della Venezia Giulia (definizione storicamente impropria, ma all’epoca in voga) era caotica. Rispetto alla Prima Guerra Mondiale, dove lo scontro era stato prevalentemente geopolitico e imperiale, nel 1945 entrò in gioco una feroce nemesi ideologico-nazionalista.
Le truppe jugoslave arrivavano a Trieste ebbre di stalinismo e animate da una spietata volontà di vendetta, generata da vent’anni di oppressione fascista e dalle atrocità inenarrabili commesse dalle truppe d’occupazione italo-tedesche durante la guerra d’invasione e sterminio nei Balcani. All’epoca, la Jugoslavia di Tito e l’Unione Sovietica di Stalin erano ancora strettamente alleate e l’interesse per Trieste da parte del blocco comunista era immenso, considerata la sua posizione di sbocco strategico sul Mediterraneo.
A testimonianza di questo fortissimo asse ideologico e militare, durante i 40 giorni di occupazione, l’edificio che oggi ospita la Scuola di Polizia nel rione di San Giovanni, a Trieste, divenne un centro nevralgico del terrore: lì trovarono quartier generale e furono ospitati i vertici dell’OZNA (la polizia segreta jugoslava) e gli agenti del KGB sovietico (allora noto come NKVD). Da quella centrale operativa venivano coordinate le liste di proscrizione, gli arresti notturni e gli interrogatori.
Tuttavia, la storiografia concorda: le violenze e i drammatici infoibamenti non furono una “pulizia etnica” su base biologico-razziale contro gli italiani in quanto tali. La repressione di Tito fu una purga politica e classista volta a eliminare chiunque — reale o potenziale — si opponesse al nascente regime comunista. A Trieste sparirono nel nulla circa 500 persone: tra di loro c’erano certamente torturatori fascisti e collaborazionisti dei nazisti, ma finirono nel tritacarne anche decine di poveri disgraziati, impiegati pubblici, guardie civiche e persino partigiani antifascisti italiani favorevoli all’autonomia di Trieste.
Bleiburg e il destino dei popoli jugoslavi senza uno Stato amico
La macchina repressiva di Tito non colpì solo gli italiani, ma fu devastante innanzitutto verso le sue stesse componenti interne anticomuniste. L’esempio più macroscopico e tragico si consumò proprio a metà maggio del 1945 con il massacro di Bleiburg, al confine tra Austria e Slovenia. Lì, una marea umana di fuggiaschi in ritirata cercò la resa e la protezione dei britannici. Con cinismo politico, gli inglesi li riconsegnarono in massa a Tito.
I numeri di quella carneficina, emersi dai lavori investigativi della commissione mista anglo-slovena, sono agghiaccianti: su circa 180.000 vittime totali dello sterminio operato dall’esercito jugoslavo nelle settimane successive, solo il 10% era costituito da effettivi militari. Il restante 90% era composto interamente da civili al seguito — famiglie, donne, anziani e bambini — falciati senza pietà lungo le “marce della morte” e nei boschi di Kočevski Rog e Teharje.
Questi gruppi etnici subirono persecuzioni spaventose, ma a differenza degli italiani di Trieste e dell’Istria, non ebbero la fortuna di avere confinante uno Stato amico in cui rifugiarsi come profughi, finendo quasi interamente inghiottiti dalla violenza del regime titino.

Trieste, 12 giugno 1945: il passaggio delle consegne tra l’esercito jugoslavo e le truppe alleate. Fonte: Coordinamento Adriatico
Il cinismo degli Alleati: il porto e le rotte per la Carinzia
Agli alleati anglo-americani, guidati sul campo dal generale britannico John Harding, della sorte personale degli abitanti del territorio interessava fino a un certo punto. Pur rimanendo profondamente scioccati dalle denunce dei familiari degli scomparsi e dai metodi brutali dell’OZNA, i comandi alleati si muovevano per pure priorità strategiche.
I loro obiettivi reali erano due:
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Evitare una nuova guerra: Non volevano assolutamente un conflitto armato aperto con la Jugoslavia, specialmente dopo le forti tensioni e gli scontri che avevano già visto contrapposte le sfere d’influenza alleate e comuniste sul confine greco-jugoslavo.
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La logistica militare e il Porto: Agli Alleati serviva il controllo totale, sicuro e privo di interferenze del Porto di Trieste. La città era lo snodo ferroviario e marittimo vitale per poter, nell’immediatezza, rifornire se stessi e le truppe britanniche (la Eighth Army) di stanza proprio in Carinzia e nell’Europa centrale. Trieste era una linea di comunicazione logistica, non una causa umanitaria.
Conclusione: Due occupazioni straniere a confronto
A conti fatti, analizzando la storia con distacco e onestà intellettuale, emerge una scomoda verità che il post-1945 ha cercato di coprire con la propaganda.
Nel 1918, le truppe del Regno d’Italia entrarono a Trieste imponendo una snazionalizzazione forzata, la distruzione del tessuto cosmopolita della città e l’assimilazione violenta delle componenti slovene e tedesche. Nel 1945, le truppe jugoslave entrarono a Trieste con i ritratti di Stalin e Tito, imponendo il terrore ideologico del blocco sovietico e i sequestri notturni per annettere la città a una dittatura balcanica.
Sia gli italiani nel 1918, sia gli jugoslavi nel 1945, si comportarono a Trieste come invasori. Entrambi agirono da stranieri in una terra che aveva una sua specificità, una sua storia e un suo peculiare diritto all’autodeterminazione, calpestati regolarmente in nome di un confine sacro o di una rivoluzione proletaria. La partenza del 12 giugno fu la fine di un incubo, ma lasciò dietro di sé le cicatrici inguaribili di una diplomazia internazionale cinica e spietata.
– Alessandro Gombač –

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