Prologo – Come si arrivò alla Risoluzione 16
Alla fine della Seconda guerra mondiale l’Europa non è solo un continente distrutto: è un problema aperto.
E nel cuore di quel problema c’è Trieste.
Nel 1945 Winston Churchill coltiva ancora un’idea che oggi sembra fantapolitica, ma che allora era tutt’altro che peregrina: ricostruire una grande area centro-europea capace di tenere insieme i popoli danubiani e balcanici in una confederazione democratica, una sorta di impero austro-ungarico 2.0, senza imperatore ma con istituzioni comuni.
Un argine geopolitico tra Germania e Russia, tra capitalismo anglosassone e socialismo sovietico.
È un progetto che dura lo spazio di un sogno lucido.
Perché tra il 1945 e il 1946 l’Europa si spacca in due blocchi contrapposti, e con la cortina di ferro cade anche l’ultima illusione di una vera architettura politica comune dell’Europa centrale.
Ma i Grandi non rinunciano del tutto all’idea di mantenere un baricentro economico nell’Adriatico.
Se non si può rifare l’impero, si può almeno salvare il suo cuore logistico: Trieste come porto internazionale, emporio naturale del bacino danubiano e balcanico, cerniera tra Mediterraneo ed Europa interna.
È su questo sfondo che si muove la diplomazia del 1946:
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primavera–estate 1946: il Council of Foreign Ministers (USA, URSS, UK, Francia) lavora al Trattato di Pace con l’Italia;
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autunno 1946: prende forma la soluzione del Territorio Libero di Trieste, con Statuto, regime provvisorio e porto franco internazionale;
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dicembre 1946: i testi vengono trasmessi all’ONU. Serve una legittimazione formale;
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gennaio 1947: la palla passa al Consiglio di Sicurezza.
Il 10 gennaio 1947 il Consiglio approva la Risoluzione 16: non crea il Territorio Libero, ma fa una cosa forse ancora più decisiva – si assume la responsabilità di garantirne l’integrità e l’indipendenza.
Ed è qui che nasce il problema.
Non dopo. Non per caso.
Qui.
Il vizio di costruzione
C’è un errore che pesa più di settant’anni e che nessuno ha mai voluto chiamare col suo nome.
Non è un incidente della storia, non è un fraintendimento diplomatico.
È un vizio di costruzione.
E si chiama Risoluzione 16 del Consiglio di Sicurezza ONU.
Perché quella risoluzione compie una scelta tanto elegante sulla carta quanto paralizzante nella realtà: invece di affidare la tutela del Territorio Libero di Trieste all’Assemblea Generale dell’ONU – l’unico organo dove vale davvero il principio fondativo, uno Stato, un voto – la consegna al Consiglio di Sicurezza.
Cioè a cinque potenze con diritto di veto: Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito, Francia e Cina.
E tra queste, già dal 1947, le due superpotenze decisive – Washington e Mosca – erano destinate a bloccarsi a vicenda su tutto, a partire proprio dalla nomina del Governatore.
Tradotto in linguaggio non diplomatico: il destino di una città-Stato neutrale viene affidato non alla comunità internazionale, ma al braccio di ferro permanente tra le superpotenze.
Non al diritto.
Alla forza.
È come proclamare una neutralità e affidarla immediatamente a chi, per definizione, non può che trasformarla in terreno di scontro.
È una soluzione che contiene già la propria negazione.
La trappola del veto
La prova è brutale nella sua semplicità: il Governatore del Territorio Libero di Trieste non venne mai nominato.
Perché?
Perché la nomina passava dal Consiglio di Sicurezza.
(La vicenda del Governatore mancato è ricostruita anche qui: https://www.triest-ngo.org/it/3841/
E nel Consiglio sedevano due potenze che dal 1947 non erano più alleate ma nemiche sistemiche: Stati Uniti e Unione Sovietica.
Ogni nome diventava un campo di battaglia.
Ogni candidatura un pretesto per il veto.
Ogni riunione una partita a scacchi dove Trieste era solo un pedone sacrificabile.
Risultato: uno Stato creato per essere neutrale viene paralizzato dal conflitto tra i blocchi. Un’entità pensata per superare la logica della guerra fredda resta invece intrappolata nella sua nascita dentro quella stessa logica.
Altro che fatalità.
È stato scritto nel DNA istituzionale del progetto.
Non è una tesi: lo disse l’Australia nel 1947
Qui viene la parte che oggi nessuno ricorda.
Nel verbale ufficiale della seduta (S/PV.91), l’Australia si astenne proprio per ragioni di principio.
Il rappresentante australiano N.J.O. Makin dichiarò che il suo governo aveva riscontrato vere e proprie “constitutional difficulties”, contestando che il Consiglio di Sicurezza potesse, secondo la Carta ONU, assumere funzioni future di tipo legislativo e amministrativo su un territorio.
E infatti concluse:
“my delegation abstains from voting.”
Il voto finale fu netto: 10 favorevoli, 0 contrari, 1 astensione: Australia.
Il vizio era visibile già quel giorno.
Per chi avesse dubbi: il verbale ONU è allegato. Buona lettura.
ONU allora e ONU oggi
C’è poi un dettaglio che oggi sfugge, ma che nel 1947 era decisivo: l’ONU era allora un’istituzione giovane e presa terribilmente sul serio, su cui un mondo appena uscito dall’abisso riversava le proprie ultime speranze di razionalità e pace.
Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non erano carta da convegno: erano atti geopolitici veri, presi sul serio dalle grandi potenze.
Oggi, invece, l’ONU è percepita come un baraccone stanco e inutile, un circo diplomatico dove tutto si proclama e nulla si realizza.
E questo rende ancora più evidente la tragedia: Trieste fu affidata a un meccanismo fragile già allora, oggi quasi irriconoscibile.
Stallo perpetuo, no man’s land
Quando il meccanismo si inceppa – e si inceppa subito – nessuno torna indietro.
Si lascia scorrere il tempo.
Si normalizza l’anomalia.
Si archivia tutto sotto la formula elegante: “realtà dei fatti”.
Ma qui non ha vinto nessuno.
Non ha vinto l’Italia.
Non ha vinto la Jugoslavia.
Non ha vinto nemmeno l’Occidente.
Ha vinto una cosa sola: lo stallo.
Trieste non è diventata davvero uno Stato.
Ma non è nemmeno stata reintegrata in un autentico disegno italo-europeo.
È divenuta una città in lenta necrosi, mantenuta in vita artificiale da continue overdose di nazionalismo italo-risorgimentale tagliato male: buono solo per i discorsi celebrativi a cui da almeno un quarto di secolo non crede più nessuno, e letale per costruire futuro.
Un no man’s land amministrativo in tempo di pace.
Un eterno viale del tramonto geopolitico.
Una città senza ruolo si svuota
Oggi quella mancata realizzazione non è solo un problema giuridico o geopolitico.
È diventata una questione demografica.
Trieste, che avrebbe dovuto essere una città internazionale, cresceva quando era porto dell’Impero e sopravviveva quando era frontiera.
Da quando è diventata periferia, invece, si è messa a svuotarsi.
Negli ultimi decenni la città ha perso decine di migliaia di abitanti, con un invecchiamento tra i più alti d’Europa e una fuga costante dei giovani.
Non per destino naturale.
Ma perché una città senza funzione non trattiene nessuno.
[ISTAT]
I dati ISTAT confermano che Trieste è scivolata ormai sotto la soglia psicologica dei 200.000 residenti, con un saldo naturale pesantemente negativo: più funerali che nascite, più partenze che ritorni. Una città che avrebbe dovuto essere emporio internazionale si ritrova periferia demografica, in lenta sottrazione di futuro.
Un porto vivo solo di respirazione assistita
Lo stesso vale per il porto.
Sulla carta uno dei grandi scali dell’Adriatico.
Nella realtà un porto che vive di respirazione assistita.
Tolto il greggio della SIOT, il quadro è impietoso: traffici mercantili deboli, funzione emporiale evaporata, ruolo danubiano ridotto a slogan da convegno.
Trieste doveva essere il terminale naturale dell’Europa centrale.
È diventata invece un hub monotematico, dipendente da una sola filiera e sempre più esposto alle logiche strategiche altrui.
Altro che rinascita: questa è sopravvivenza amministrata.
Vyšinskij l’aveva detto. E aveva ragione.
Nel 1953 non lo disse un commentatore qualsiasi, ma la rappresentanza sovietica all’ONU.
Il 12 ottobre 1953, in una lettera ufficiale al Consiglio di Sicurezza sulla questione del Governatore del Territorio Libero, Andrej Vyšinskij avvertì che la ripartizione del TLT era incompatibile con il compito di mantenere la pace e la sicurezza ed era destinata soltanto a creare nuove complicazioni.
Non era propaganda.
Era una diagnosi politica.
Eppure qualcosa si muove: l’Ungheria a Trieste
Eppure, qualcosa si muove.
Non grazie a Roma.
Non grazie a Bruxelles.
Ma grazie a chi ha capito prima di altri che Trieste resta una chiave geopolitica.
L’acquisizione ungherese dei tre ettari e mezzo dell’area ex Aquila nel porto industriale non è un’operazione immobiliare. È un segnale politico.
E non nasce dal nulla: nasce dal fatto che qualcuno, fuori dall’Italia, ha letto i documenti e le perizie giuridiche internazionali con più attenzione di chi avrebbe dovuto farlo per primo.
Budapest non acquisisce metri quadri: acquisisce accesso al mare, acquisisce proiezione strategica, acquisisce un pezzo di quella funzione internazionale che Trieste aveva perso.
Paradossalmente, sono gli altri Stati a ricordare a Trieste ciò che Trieste è stata.
E ciò che potrebbe tornare a essere.
Il conto che arriva sempre
La Risoluzione 16 non è un documento polveroso da archivio ONU.
È l’atto di nascita di una costruzione incompiuta.
Nel 1947 si decise che il destino di una città-Stato dovesse dipendere dal braccio di ferro tra superpotenze.
Da allora Trieste non è mai stata davvero libera.
Ma non è nemmeno mai stata davvero risolta.
È rimasta una città in sospensione strategica, un porto in apnea, una questione mai chiusa per costruzione.
E quando si affida il diritto internazionale al veto delle potenze, non si ottiene ordine.
Si ottiene solo una cosa: stallo perpetuo.
Con interessi da strozzino.

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