Il 9 settembre 1944 il piroscafo costiero San Marco lasciò Umago diretto a Trieste. Dopo lo scalo di Salvore venne mitragliato e bombardato da velivoli alleati, fu devastato e finì arenato contro la costa. A bordo viaggiavano soprattutto civili. Morirono oltre cento persone; la cifra di 154, tramandata nelle commemorazioni, resta plausibile ma non è sostenuta da un elenco nominativo completo.
Ottantadue anni dopo, la responsabilità materiale dell’attacco non ha ancora un nome certo. I registri britannici finora esaminati consentono tuttavia di eliminare tre attribuzioni e aggiungono un elemento nuovo: proprio quella mattina quattro Beaufighter sudafricani ricevettero l’ordine di cercare una nave al largo della costa occidentale dell’Istria e, se non l’avessero trovata, di perlustrare il litorale fino a Punta Salvore. Dichiararono di non avere avvistato alcun bersaglio.
Non è la soluzione definitiva del caso. È però il primo documento operativo alleato rintracciato che unisca nello stesso ordine la data del 9 settembre, una nave ricercata e Punta Salvore.

Il relitto del piroscafo San Marco, devastato dall’attacco aereo del 9 settembre 1944 e arenato presso Punta Salvore. Sono visibili la distruzione della parte centrale e il nome della nave sulla prua. Fonte: FB Muzej Grada Umaga .
Un vaporetto trasformato in bersaglio
Il San Marco non era una nave da guerra. Era un piroscafo misto costiero della Società di Navigazione Istria–Trieste, costruito a Monfalcone nel 1910 ed entrato in servizio l’anno successivo. Stazzava 276 tonnellate lorde e poteva trasportare più di cinquecento passeggeri. Nel 1944 collegava Umago, Salvore, Pirano, Portorose e Isola con Trieste: una linea ordinaria per lavoratori, commercianti, famiglie e persone che portavano al mercato pesce e prodotti agricoli.
Secondo la ricostruzione di Aldo Cherini, la mattina del 9 settembre il battello, comandato dal capitano Millo Rassevi, partì da Umago alle 6.30. A Salvore la presenza di velivoli nella zona consigliò una sosta prudenziale di circa mezz’ora. Qualcuno sbarcò o rinunciò a proseguire. Quando il San Marco ripartì e doppiò Punta Salvore per entrare nella baia di Pirano, gli aerei tornarono.
Le testimonianze descrivono passaggi a bassa quota, raffiche di mitragliatrice e bombe. Un ordigno investì la parte centrale della nave, distruggendo il ponte di comando e la ciminiera e uccidendo il comandante. Il timone rimase bloccato nella virata; l’abbrivio trascinò lo scafo incendiato contro la scogliera. È dunque impreciso parlare di un affondamento “al largo”: il San Marco fu ridotto a relitto e si arenò presso la costa. Proprio questa circostanza permise ad alcuni superstiti di raggiungere gli scogli.
Civili, militari e numeri ancora incerti
Il nucleo principale dei passeggeri era civile. Le fonti riferiscono anche la presenza di militari tedeschi, di avieri italiani e di giovani appartenenti alla FLUK, il servizio di avvistamento aereo, alcuni dei quali sarebbero stati diretti a Udine. Le versioni non coincidono: si parla, a seconda delle fonti, di una ventina, una trentina o cinquanta militari. Senza un ruolo d’imbarco non è corretto sommare queste cifre né presentarle come definitive.
Lo stesso vale per le vittime. Ricostruzioni e commemorazioni oscillano fra 120 e circa 200 morti; il numero 154 è quello più frequentemente ricordato. Un elenco relativo al solo Comune di Umago documenta una parte dei nomi, non la totalità. La formulazione storicamente più onesta resta quindi: oltre cento morti, probabilmente circa 150, in larghissima parte civili.
La presenza di personale militare impedisce di raccontare il battello come se navigasse fuori dalla guerra. Ma non trasforma automaticamente un vaporetto stipato di civili in una nave militare, né dimostra che gli aviatori conoscessero chi si trovava a bordo. Per stabilire che cosa fosse stato segnalato, quale bersaglio fosse stato assegnato e come venne identificato servono gli ordini e i rapporti di missione.
La pista degli squadroni britannici
La memoria locale parla di dodici Spitfire e, più genericamente, di aerei “angloamericani”. La nazionalità alleata dell’attacco è ben radicata nelle testimonianze; il modello degli apparecchi e il reparto, invece, non erano mai stati provati mediante un registro operativo.
Una pista naturale portava ai reparti di Beaufighter attivi nell’Adriatico. L’8 settembre, appena un giorno prima della strage, il transatlantico Rex era stato attaccato nella baia di Capodistria da velivoli dei Squadron 272 e 39 RAF e del 16º Squadron della South African Air Force. La vicinanza geografica e temporale rendeva ragionevole controllare per primi quei reparti. I loro Operations Record Books di settembre 1944, conservati ai National Archives di Kew, danno ora risposte precise.
| Reparto | Registro | Attività del 9 settembre | Conclusione |
|---|---|---|---|
| 272 Squadron RAF | AIR 27/1578/41–42 | Il Form 540 annota: No operations today. Il Form 541 passa dall’8 al 10 settembre. | Escluso |
| 39 Squadron RAF | AIR 27/408/17–18 | Quattro Beaufighter operarono sulla strada Agrinion–Arta, in Grecia, contro ponti e veicoli. | Escluso |
| 16 Squadron SAAF | AIR 27/228 | Quattro Beaufighter cercarono una motonave presso l’Istria e perlustrarono fino a Punta Salvore; nessun avvistamento. | Escluso per la missione registrata |
Il documento del 9 settembre
La registrazione più importante si trova nel diario del 16º Squadron SAAF. Alla data del 9 settembre compaiono quattro Beaufighter e un ordine inequivocabile: attaccare una motonave di circa 1.000 tonnellate al largo della costa occidentale dell’Istria; se il bersaglio non fosse stato localizzato, perlustrare la costa fino a Savudrija Point, Punta Salvore.

Il registro operativo del 16º Squadron SAAF relativo al 9 settembre 1944. I quattro Beaufighter erano condotti dagli equipaggi: capitano Le Roux e tenente Fitzpatrick; tenente Biggs e tenente Youldon; tenente Louw e tenente Springett; tenente Frylinck e tenente Jenkinson, rispettivamente piloti e navigatori. La formazione ricevette l’ordine di cercare una motonave di circa 1.000 tonnellate al largo della costa occidentale dell’Istria e, in caso di mancato avvistamento, di perlustrare il litorale fino a Punta Salvore. Il rapporto dichiara che l’area fu perlustrata senza previsto, ma che non venne avvistato alcun bersaglio. Fonte: The National Archives, AIR 27/228.
Il rapporto sull’esito è altrettanto netto: l’area fu coperta come previsto senza alcun avvistamento e la formazione rientrò alla base.
Il dato deve essere letto con precisione. Il San Marco stazzava 276 tonnellate, molto meno delle 1.000 indicate nell’ordine. I quattro equipaggi sudafricani non rivendicarono alcun attacco e affermarono di non avere visto navi. Non furono dunque loro, almeno nella missione descritta dal registro, a colpire il vaporetto.
Rimane tuttavia una coincidenza troppo specifica per essere ignorata. Nella stessa mattina in cui il San Marco venne distrutto, il comando alleato disponeva di una segnalazione su una nave lungo la costa occidentale istriana e ordinava una ricerca estesa proprio fino a Punta Salvore. Questo può indicare una ricognizione errata, informazioni incomplete, due formazioni impegnate sulla stessa segnalazione oppure un secondo reparto che incontrò un bersaglio scambiato per quello ricercato. Per ora sono ipotesi, non conclusioni.
Spitfire o Beaufighter
L’identificazione popolare degli attaccanti come Spitfire non può essere né accettata né liquidata senza controllo. Per chi osservava da terra o da una nave sotto attacco, riconoscere con certezza un caccia monoposto da un bimotore era difficile; d’altra parte, il numero di dodici velivoli e la descrizione delle picchiate potrebbero derivare da osservazioni reali e non da una semplice formula tramandata.
I tre registri esaminati dimostrano soprattutto che non basta guardare ai reparti protagonisti dell’attacco al Rex del giorno precedente. Occorre ora controllare i diari degli squadroni di Spitfire appartenenti alla Balkan Air Force e delle unità alleate operanti dalle basi dell’Italia meridionale. La ricerca va condotta sulle descrizioni inglesi dell’obiettivo — small steamer, coaster, motor vessel, shipping off Istria — perché gli equipaggi quasi certamente ignoravano il nome San Marco.
La soffiata partigiana?
Una versione ricorrente sostiene che i partigiani avrebbero segnalato agli Alleati la presenza di militari o di personale radar a bordo. È possibile, considerato il sistema di collegamento esistente fra formazioni partigiane e Balkan Air Force. Ma finora non è emerso alcun messaggio d’intelligence, ordine operativo o rapporto che provi quella soffiata.
Il documento del 16º Squadron mostra che una segnalazione navale esisteva davvero; non dice però da chi provenisse, non nomina il San Marco e descrive una nave quasi quattro volte più grande. Trasformare questa coincidenza in una prova del tradimento sarebbe scorretto. La ricerca storica serve precisamente a impedire che una voce, ripetuta per decenni, acquisti abusivamente la dignità di documento.
Un giudizio che non ha bisogno di forzature
Non disponiamo ancora degli elementi necessari per qualificare l’attacco come errore d’identificazione, azione contro un trasporto militare o attacco indiscriminato. Non sappiamo che cosa videro i piloti, se ricevettero fuoco da terra o da bordo, né quali regole d’ingaggio applicarono. Attribuire oggi intenzioni certe significherebbe sostituire il processo alle prove.
Il fatto essenziale è già sufficientemente grave. Un piccolo piroscafo del servizio costiero, carico soprattutto di civili, fu mitragliato e bombardato da aerei alleati. Intere famiglie scomparvero; il collegamento marittimo diurno fra l’Istria nord-occidentale e Trieste venne spezzato. Il numero esatto delle vittime e il nome degli aviatori restano aperti, non la realtà della strage.
Dove porta adesso la ricerca
La ricerca archivistica ha già ottenuto un risultato concreto: 272 Squadron RAF, 39 Squadron RAF e la missione del 16º Squadron SAAF del 9 settembre possono essere esclusi. Ha inoltre individuato un ordine alleato relativo a una nave ricercata lungo la costa istriana fino a Punta Salvore nella stessa data.
Il passo successivo è circoscritto: verificare i registri giornalieri degli squadroni di Spitfire e degli altri reparti della Balkan Air Force impiegati nell’Adriatico settentrionale, quindi confrontarli con i rapporti del comando aereo e con i diari navali tedeschi. Se il rapporto dell’attacco esiste, potrebbe non contenere il nome San Marco ma soltanto una posizione, un orario e la formula generica small vessel o enemy shipping.
Finché quel rapporto non verrà trovato, la conclusione più corretta è questa: conosciamo la nave, la rotta, la dinamica essenziale e la dimensione civile della tragedia; sappiamo anche chi non la colpì. Manca ancora l’ultimo nome. Ma dopo il ritrovamento del registro del 16º Squadron, il mistero non è più una distesa indistinta: ha una data, un settore operativo e una rotta archivistica molto più stretta.
Centro di ricerca e documentazione
Fonti e documenti
- The National Archives, AIR 27/1578/41 e AIR 27/1578/42. Operations Record Book del No. 272 Squadron RAF, settembre 1944.
- The National Archives, AIR 27/408/17 e AIR 27/408/18. Operations Record Book del No. 39 Squadron RAF, settembre 1944.
- The National Archives, AIR 27/228. No. 16 Squadron SAAF, Appendices, settembre–dicembre 1944; Schedule of Operations, 9 settembre.
- Aldo Cherini, L’affondamento del piroscafo San Marco. Salvore 9 settembre 1944, 1994
- Kristjan Knez, ricostruzione presentata a Umago, resoconto Istra24, 24 aprile 2025
- Nicole Mišon, La tragedia del San Marco è una storia contemporanea, La Voce, 26 aprile 2025
- Elenco commemorativo delle vittime del Comune di Umago
- Aldo Cherini, La linea di navigazione costiera a vapore tra Trieste e Capodistria
- Città di Umago, commemorazione dell’80º anniversario, 8 settembre 2024
Nota metodologica. Le cifre relative a passeggeri, militari e vittime divergono nelle fonti locali e commemorative. Nell’articolo sono quindi mantenute come stime, salvo i dati tecnici e le registrazioni operative direttamente verificati. La trascrizione inglese dell’ordine del 16º Squadron è stata resa in italiano senza alterarne il sen

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