Quando la coda di paglia scrive una replica
Ho letto con una certa curiosità la replica della dottoressa Maria Morigi, curatrice del volume “Trieste Porto Franco Internazionale”. Confesso però di essere rimasto sorpreso: non tanto dal tono risentito, quanto dal fatto che finisca involontariamente per confermare, quasi punto per punto, proprio ciò che avevo scritto nel mio intervento del 15 giugno.
Purtroppo mi vedo costretto a risponderle. La dottoressa avrebbe fatto meglio a tacere. Poiché non amo perdere tempo in sterili polemiche personali, mi limiterò a mettere in fila alcuni fatti.
Il libro innominato
La dottoressa Morigi può innanzitutto rasserenarsi. Nel mio intervento del 15 giugno non ho mai citato il suo libro. Non ne ho riportato il titolo. Non ne ho recensito i contenuti. Non ho espresso alcun giudizio sull’opera. Ho semplicemente commentato quanto ascoltato durante una conferenza pubblica, prendendo posizione contro una certa narrazione sul porto di Trieste che continuo a ritenere scollegata dalla realtà economica dello scalo.
È quindi piuttosto curioso che la curatrice abbia sentito il bisogno di difendere un libro che nessuno aveva chiamato in causa. Se ha ritenuto che quella critica riguardasse anche il contesto culturale di cui fa parte, significa semplicemente che ha la coda di paglia.
Mi fa sinceramente piacere che il libro venga presentato in tutta Italia. La divulgazione è sempre positiva. Ciò non rende automaticamente corrette le affermazioni pronunciate durante una conferenza pubblica, né sottrae quelle affermazioni al diritto di critica.
I numeri non si confutano con le frasi di circostanza
La parte più interessante della replica è forse questa. La dottoressa scrive che i dati da me pubblicati sarebbero «in parte travisati e parziali», aggiungendo che ciò le sarebbe stato confermato da non meglio precisate «fonti certificate».
Benissimo. Mi sarei aspettato, a questo punto, una confutazione puntuale. Quale tonnellaggio sarebbe errato? Quale statistica ufficiale avrei interpretato male? Quale classifica andrebbe corretta? Quale dato alternativo propone?
Nulla. Non una cifra. Non una tabella. Non una fonte. Non una classifica diversa. Rimane soltanto il richiamo a generiche “fonti certificate”, senza che il lettore possa sapere quali siano. In una discussione tecnica, però, non bastano le frasi di circostanza. Servono numeri. E i numeri, almeno finora, restano esattamente quelli.
Le lezioni a domicilio
Esiste poi un copione consunto che a Trieste conosciamo da decenni. Arrivano studiosi, conferenzieri e opinionisti da centinaia di chilometri di distanza per spiegare ai triestini come funziona il loro porto internazionale. Naturalmente nessuno mette in discussione il diritto di studiare Trieste. Ci mancherebbe. Colpisce però la disinvoltura con cui qualcuno si sente autorizzato a impartire lezioni a chi questo scalo internazionale lo osserva, lo documenta e conduce da quindici anni ricerche sul campo che certi opinionisti non saprebbero nemmeno da dove cominciare, liquidando tutto questo lavoro come mero “settarismo locale”.
Per comprendere davvero il porto di Trieste, oltre ai convegni e alle suggestioni geopolitiche, converrebbe osservare anche ciò che accade quotidianamente lungo i moli. La realtà, talvolta, è molto meno romantica delle narrazioni. D’altronde, anche senza scorrere tabelle o grafici, per rendersi conto della situazione basterebbe fare una cosa semplicissima: alzare gli occhi e guardare il Golfo di Trieste. L’orizzonte non mente, e la realtà visibile è impietosa: il vuoto, non c’è una nave. Ma l’evidenza empirica, si sa, disturba il sonno teorico di chi preferisce lo storytelling ai fatti, più preoccupato di alimentare il proprio narcisismo da salotto che di confrontarsi con la sconosciuta realtà dello scalo.
Il curioso “settarismo locale”
La dottoressa Morigi mi attribuisce il vizio del “settarismo dell’opinione pubblica locale”. È un’accusa che mi ha sinceramente fatto sorridere. La mia attività degli ultimi quindici anni dimostra esattamente il contrario.
Sono stato tra gli estensori della Port Inquiry del 2015, un dossier ispettivo di denuncia internazionale che nel settembre dello stesso anno abbiamo presentato a Ginevra direttamente alla commissione CESCR dell’OHCHR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), nel corso di una singolare riunione a porte chiuse. Ho collaborato alla predisposizione dell’expertise giuridica internazionalistica dei Professori Tom Grant e Guglielmo Verdirame, contribuendo alla raccolta documentale e all’elaborazione dei materiali, oltre ad aver redatto personalmente il testo dell’interrogazione parlamentare presentata al Senato da Gianluigi Paragone, focalizzata proprio sul particolare status giuridico del Porto Franco Internazionale di Trieste. Sono stato coautore del Report 2017, redatto da due persone, successivamente illustrato, su invito, alla Missione degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite a Ginevra e consegnato, in un distinto incontro, ai rappresentanti della Federazione Russa.
Ho relazionato a Shanghai sul reale status giuridico del Porto Franco Internazionale di Trieste e del Territorio Libero di Trieste, ricevendo in quell’occasione una risposta estremamente chiara: ci venne comunicato che la Repubblica Popolare Cinese non intendeva investire in una situazione giuridicamente irrisolta come quella del Territorio Libero di Trieste.
Aggiungo, per completezza, che come TRIEST NGO abbiamo portato per tre volte all’ONU di Ginevra la questione del mancato rispetto dei diritti linguistici della comunità slovena di Trieste. Nel corso di una di queste sessioni internazionali c’era con noi il professor Samo Pahor, che ebbe un – fin quel momento inedito – incontro riservato con la missione permanente slovena presso le Nazioni Unite. Sempre come TRIEST NGO, nel 2018, abbiamo avuto l’onore di ospitare a Trieste il professor Alfred de Zayas, all’epoca Relatore Speciale dell’ONU, per una visita ufficiale di tre giorni. In quell’occasione l’Università di Trieste – la stessa in cui la dottoressa Morigi può tenere tutte le conferenze che desidera – si rifiutò categoricamente di concederci una sala per l’evento, nonostante il professor de Zayas avesse relazionato nelle più prestigiose università e accademie del mondo. Una cortesia accademica riservata, evidentemente, solo alle presentazioni del “suo” libro e della relativa linea di pensiero, a netta testimonianza del fastidio che la presenza di un simile giurista internazionale avrebbe invece potuto arrecare all’establishment locale.
Senza alcuna intenzione di polemizzare, è evidente che per cogliere l’effettivo valore della Port Inquiry, dell’expertise internazionale di Grant e Verdirame o del Report 2017, sia necessaria una conoscenza tecnica che va ben oltre le analisi superficiali: solo il Report 2017 infatti, ha richiesto un’analisi metodologica diretta su tutti i testi delle Gazzette Ufficiali del GMA per la Zona A e di quelle dell’amministrazione jugoslava per la Zona B. Un lavoro documentale d’archivio così specifico che difficilmente può essere compreso, o approfondito, da chi osserva questa materia solo dall’esterno.
Ma non mi sono limitato al tema portuale. Ho portato all’attenzione di interlocutori internazionali anche la denuncia dell’accanimento giudiziario nei confronti dei manifestanti pacifici del febbraio 2014 e quella riguardante l’abnorme ricorso alle intercettazioni telefoniche a Trieste, fenomeno che ritenevo incompatibile con una normale amministrazione civile e meritevole di attenzione internazionale.
Per queste iniziative ho pagato personalmente un prezzo giudiziario molto elevato. Non lo ricordo per rivendicare meriti, ma perché trovo singolare essere accusato di “settarismo locale” da chi sembra ignorare un lavoro che, da quindici anni, si è svolto prevalentemente proprio sul piano internazionale. Sono esperienze delle quali, a differenza di altri, non ho mai sentito il bisogno di fare continuo sfoggio. Ritengo infatti che il valore di un lavoro risieda nei documenti prodotti e nei risultati raggiunti, non nell’autopromozione.
La piccola scomunica
C’è infine un episodio che la dottoressa Morigi ha preferito non ricordare. La sera stessa della pubblicazione del mio post fui contattato da Adam Bark, il quale mi scrisse testualmente: “Xe nati longhi per causa del tuo post…”
Ho trovato quella richiesta piuttosto singolare. Nel giro di poche ore Adam Bark si vide costretto a chiedermi di eliminare l’indirizzo di via Giulia 74, fino ad allora sede condivisa, dalla pagina Facebook della TRIEST NGO. Non credo sia stata un’iniziativa maturata spontaneamente: il suo stesso messaggio lasciava chiaramente intendere che, dopo la pubblicazione del mio post, si erano create tensioni che lo avevano posto in una posizione tutt’altro che semplice.
Non serbo alcun risentimento nei confronti di Adam Bark. Al contrario, ritengo che sia stato messo nella poco invidiabile condizione di dover gestire una situazione che non aveva creato lui.
Ciò che invece mi ha colpito è il metodo. Un metodo che, purtroppo, non mi è nuovo: evitare il confronto diretto con chi esprime una critica e preferire intervenire sulle relazioni personali che gli stanno attorno. È un modo di agire che considero poco edificante e che nulla aggiunge al dibattito sul Porto Franco Internazionale di Trieste.
Comunque gli indirizzi si possono cancellare con un clic. I numeri dei bilanci portuali e delle navi in rada, molto meno.
Il punto resta lo stesso
Auguro sinceramente alla dottoressa Morigi e agli autori del volume il miglior successo possibile nel loro tour di presentazioni tra Milano, Bologna, Roma e le altre città che li ospiteranno. Non ho alcun problema con chi studia il porto di Trieste. Ne ho invece con chi preferisce sostituire l’analisi dei dati con lo storytelling. Ed è esattamente questo il senso del mio intervento del 15 giugno.
Non ho mai sostenuto che il Porto Franco Internazionale non rappresenti un’opportunità straordinaria. Sostengo, al contrario, che proprio perché lo è, meriti di essere raccontato senza enfasi, senza mitologie consolatorie e senza primati statistici costruiti sul semplice transito di oltre quaranta milioni di tonnellate di greggio destinate ad altri Paesi.
Perché il punto non è celebrare ciò che Trieste potrebbe essere. Il punto è spiegare, con onestà intellettuale, perché oggi non lo è ancora. Ed è su questo terreno che continuerò a confrontarmi.
Con i documenti.
Con i bilanci.
Con il diritto internazionale.
E soprattutto con i numeri.
Una cosa, però, la dottoressa Morigi ha involontariamente ottenuto. Mi ha dato l’occasione di ricordare che, prima di liquidare qualcuno come “settario”, forse converrebbe informarsi sul percorso di ricerca che ha sviluppato negli ultimi quindici anni. Perché le idee si possono contestare. I documenti si possono discutere. I numeri si possono confutare, se si è in grado di farlo. Continuerò a preferire i documenti ai salotti, i bilanci ai racconti e i moli alle metafore. Perché il Porto Franco Internazionale di Trieste non ha bisogno di nuovi narratori. Ha bisogno, finalmente, di uscire dall’Hotel Savoy e dalla Fortezza Bastiani.
– Alessandro Gombač –

newsletter
contact us
donations