Rotte commerciali, diplomazia, Territorio Libero e Porto Franco: una storia che parte dalla Trieste asburgica del Settecento e arriva fino alle sanzioni contro Mosca.
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1. Le origini settecentesche e la cerniera pontina
Il 19 agosto 1897, dagli scali del cantiere di San Rocco scivolava in mare un piroscafo destinato a un orizzonte lontano: si chiamava Princip ed era stato commissionato dall’armatore Koskin di Rostov sul Don. Veder nascere sulle rive dell’Adriatico asburgico una nave destinata ai bassifondi del Mar d’Azov non era un capriccio esotico, ma la naturale convergenza di due mondi: un emporio marittimo dalle competenze tecniche d’avanguardia e un impero sterminato alla costante ricerca di sbocchi e naviglio. Non fu una parentesi isolata. Quell’episodio condensava una consuetudine nata nel pieno del Settecento teresiano e proseguita, tra fratture traumatiche e inattese rinascite, ben oltre il Novecento.
L’avvio di questa trama coincide con la svolta del 1719, quando Carlo VI concede a Trieste la patente di porto franco. Vienna cercava un proprio respiro marittimo, ma la vera accelerazione arrivò con Maria Teresa e, a oriente, con l’avanzata di Caterina II verso il bacino pontino. Il trattato di Küçük Kaynarca del 1774 rafforzò le possibilità commerciali russe nel Mar Nero e verso il Mediterraneo, pur nel quadro delle regole ottomane sul passaggio degli Stretti. Trieste acquistò così ulteriore rilievo come snodo verso l’Europa centrale. Già nel 1771 i registri documentano l’apertura del consolato imperiale russo in città, affidato a figure come il mercante greco Antonio Papà. Non c’era bisogno di una compatta colonia slava per radicare San Pietroburgo sulle rive dell’Adriatico: bastava la fitta rete levantina e illirica che abitava l’emporio.
Fu proprio questa borghesia mercantile a mostrare quanto il commercio potesse farsi strumento geopolitico. Durante le guerre contro la Sublime Porta, consoli-mercanti come Spyridon Varouchas tessevano trame contrattuali e informative, mentre armatori del calibro di Nikolaos Plastaras e Paraschos Katraros finanziavano apertamente le scorrerie corsare nel Levante di Lambros Katsonis, ufficiale al servizio della zarina. Il porto asburgico, pur formalmente legato alla neutralità della Corona, agiva da cerniera logistica e finanziaria per le ambizioni navali russe.
Si delineava così una situazione tutt’altro che lineare: operatori economici attivi in una città asburgica potevano concorrere agli interessi marittimi di un’altra potenza, senza che ciò implicasse necessariamente un’identica scelta politica da parte di Vienna. A chi apparteneva, in definitiva, la politica commerciale di un porto franco? Alla monarchia che lo governava, alle comunità mercantili che vi operavano, oppure alle potenze straniere capaci di mobilitarne le reti? La vicenda di Katsonis suggerisce che queste dimensioni non sempre coincidessero.
2. L’apogeo dell’Ottocento, il vapore e le polizze
Con l’Ottocento e la formidabile ascesa di Odessa – a cui si affiancavano gli scali di Cherson, Taganrog e del Mar d’Azov – la relazione si trasformò in una poderosa macchina logistica. Trieste divenne la bocca da cui l’Europa danubiana inghiottiva il grano duro della Russia meridionale, mentre lungo la rotta inversa risalivano merci coloniali, manufatti e tecnologie. L’avvento del vapore e l’epopea del Lloyd Austriaco a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento fecero il resto: le linee celeri per Costantinopoli e Odessa trasformarono viaggi un tempo incerti in un orologio commerciale. Attorno al porto crebbe un sistema economico nel quale non bastava movimentare merci: occorreva finanziarle, assicurarle, distribuire i rischi. Le Assicurazioni Generali, fondate nel 1831, intrattenevano rapporti documentati con San Pietroburgo e con la propria agenzia di Odessa; per la Riunione Adriatica di Sicurtà, nata nel 1838, è segnalata anche una presenza riassicurativa nella capitale russa. Trieste non esportava soltanto manufatti e naviglio: partecipava alla circolazione internazionale dei capitali e dei rischi, una dimensione meno visibile ma essenziale della sua proiezione verso l’Impero zarista.
Questa trama plurisecolare – intessuta di commesse navali come il Princip, di presenze consolari stabili e di simbolici doni imperiali, come la lampada d’argento offerta nel 1782 dal futuro zar Paolo I alla chiesa di San Spiridione – andò a schiantarsi nell’estate del 1914.
La Grande Guerra spezzò i collegamenti; il 1917 bolscevico e il crollo asburgico del 1918 cancellarono con un colpo di spugna gli imperi dinastici che avevano alimentato quell’equilibrio. Ma che cosa accadde alle imprese triestine attive nell’ex Impero russo, ai loro crediti, ai contratti assicurativi, alle rappresentanze commerciali? E quale destino attendeva le persone che avevano costruito quelle relazioni, ora divise tra nuovi Stati e nuovi ordinamenti? La continuità dei traffici non era affatto scontata: prima ancora di chiedersi come ripresero, occorrerebbe capire quanto del mondo precedente fosse sopravvissuto. Eppure, gli interessi marittimi continuarono a cercare nuovi canali. Appena l’Italia riconobbe l’Unione Sovietica nel 1924, a Trieste riaprì prontamente il consolato di Mosca. Il riconoscimento diplomatico non cancellò le contrapposizioni ideologiche, ma riaprì uno spazio di relazione economica che merita ancora di essere ricostruito nei suoi protagonisti e nelle sue dimensioni concrete.
3. La Guerra Fredda, il Trattato di Pace e l’assetto del 1954
Già nel dicembre 1946, mentre le potenze vincitrici discutevano ancora il destino di Trieste, un editoriale della rivista marxista rivoluzionaria americana The New International aveva avanzato una lettura sorprendentemente esplicita della contesa. Trieste veniva descritta come una possibile nuova «finestra sul mare» per il mondo russo, quasi un’alternativa adriatica all’antico sogno zarista di Costantinopoli. Nella prospettiva dell’autore, la posta in gioco non era soltanto l’appartenenza nazionale della città, ma la possibilità di aprire — oppure precludere — all’Unione Sovietica un accesso strategico al Mediterraneo e all’Europa centrale. Era un’interpretazione politica, non la rivelazione di un piano del Cremlino. Ma poneva una domanda che avrebbe accompagnato l’intera vicenda del Territorio Libero: quanto contava il destino dei suoi abitanti rispetto agli interessi delle potenze che ne discutevano il futuro?
Il secondo dopoguerra catapultò Trieste al centro della più delicata faglia del Novecento. Con il Trattato di Pace di Parigi del 1947, all’articolo 21, la diplomazia internazionale diede vita al Territorio Libero di Trieste, un’entità sovrana sottoposta alla diretta garanzia del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Per l’Unione Sovietica, firmataria dell’accordo, la questione non era una disputa di confine qualunque: era la chiave di volta dell’intero assetto dell’alto Adriatico. Nelle infuocate sedute al Palazzo di Vetro del 1948 e 1949, i delegati di Mosca denunciarono senza sosta il boicottaggio angloamericano alla nomina del Governatore e ribadirono la decadenza della sovranità italiana sul territorio. La clamorosa rottura tra Stalin e Tito nel 1948 complicò ulteriormente la scacchiera, trasformando Trieste nel terreno di scontro tra due diverse anime del mondo socialista oltre che tra blocchi contrapposti. La fazione cominformista triestina guidata da Vittorio Vidali rimase fedele al Cremlino, tanto che nel 1952, al XIX Congresso del PCUS a Mosca, fu il triestino Bonomo Tominec a prendere la parola per invocare l’integrale attuazione del Trattato di Pace e lo sgombero delle truppe alleate e jugoslave.
Poi, improvvisa quanto significativa, arrivò la sterzata diplomatica. Dopo le tensioni dell’autunno 1953 e la morte di Iosif Stalin, Washington, Londra, Roma e Belgrado raggiunsero il compromesso del Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954. Mosca non sedeva al tavolo della firma. Eppure, appena una settimana dopo, il 12 ottobre, il rappresentante sovietico Andrej Vyšinskij comunicò al Consiglio di Sicurezza, con la lettera S/3305, che il governo dell’URSS prendeva atto dell’intesa, considerandola favorevole alla normalizzazione dei rapporti tra Italia e Jugoslavia. Il mutamento era notevole: ancora nel 1952 Mosca aveva denunciato ufficialmente i progetti di spartizione del Territorio Libero. Un memorandum riservato del Dipartimento di Stato americano, datato 29 ottobre 1954, rivela un particolare ulteriore: l’ambasciatore sovietico a Belgrado aveva comunicato alle autorità jugoslave che il silenzio iniziale di Mosca equivaleva a una forma di acquiescenza. Secondo l’analisi americana, la svolta si inseriva nel progressivo riavvicinamento tra l’URSS e la Jugoslavia, avviato dopo la morte di Stalin. Non era un’adesione giuridica sovietica al Memorandum, ma un cambiamento politico che mostrava quanto la questione triestina fosse ormai subordinata a equilibri internazionali più ampi.
Nemmeno durante gli inverni più rigidi della Guerra fredda, però, i moli triestini voltarono le spalle all’Est. La città viveva a ridosso del confine jugoslavo, in una regione attraversata dalle tensioni della contrapposizione internazionale, ma il porto continuò a offrire collegamenti commerciali con mercati appartenenti a sistemi politici differenti. Quando nel 1967 entrò in esercizio l’Oleodotto Transalpino (TAL), Trieste rafforzò il proprio ruolo energetico per l’Europa centrale. Negli anni Ottanta riemersero altri fili della relazione: nel 1986 l’ambasciatore sovietico Nikolaj Lunkov visitò la città; nel 1987 partirono verso Berdjansk macchinari e impianti industriali del Nordest. La destinazione, sulle acque del Mar d’Azov, richiamava quella del piroscafo Princip varato novant’anni prima.
Il collasso dell’URSS nel 1991 e l’apertura dei mercati sembravano aver restituito alla relazione una nuova dimensione d’affari, tra semilavorati siderurgici, rinfuse e traffici energetici. Ma quella ripresa si sarebbe rivelata meno stabile di quanto apparisse.
4. Il vertice del 2013 e l’occasione mancata della piazza
La lunga trama dei rapporti russo-triestini conobbe un capitolo tanto paradossale quanto rivelatore il 26 novembre 2013, quando Vladimir Putin scelse Trieste come sede del vertice intergovernativo italo-russo con Enrico Letta. La città, blindata come una fortezza da imponenti misure di sicurezza, ospitò una giornata di diplomazia economica culminata nella sottoscrizione di importanti accordi bilaterali nei settori dell’energia, della finanza e dell’industria. Ma a rompere il protocollo fu una battuta destinata a restare negli annali dell’ambiguità diplomatica: durante il commiato nel Palazzo della Prefettura, Letta si congedò da Putin scandendo a gran voce un teatrale «Viva Trieste, Trieste libera!», documentato puntualmente dalle registrazioni audiovisive.
Non erano parole neutre pronunciate a caso. Appena due mesi prima, piazza Unità era stata invasa da quasi diecimila persone nella più imponente manifestazione politica triestina degli ultimi decenni, al culmine di una stagione indipendentista tanto clamorosa quanto effimera. Che si trattasse di una gaffe, di un goffo ammiccamento all’umore locale o di un cortocircuito freudiano, l’immagine restava dirompente: il capo del governo italiano pronunciava lo slogan del Territorio Libero proprio davanti al leader del Cremlino, erede di quella potenza che nel 1947 ne aveva sostenuto la sovranità facendone una leva di pressione sull’Occidente. A rendere il quadro ancor più paradossale fu però un silenzio: l’indipendentismo cittadino, nel momento di massima forza e visibilità, non organizzò alcun presidio di benvenuto per la delegazione russa lungo il tragitto tra Ronchi dei Legionari e il centro cittadino. Un’occasione clamorosamente mancata per mostrare le proprie ragioni all’interlocutore che storicamente più di ogni altro aveva conteso l’assetto triestino a Roma.
5. I canali diplomatici del 2015 e il soft power al Rossetti
A Mosca, d’altronde, i faldoni giuliani non erano mai finiti al macero. Ne fu la prova esplicita quanto accadde il 14 maggio 2015: a seguito dell’attività diplomatica promossa da TRIEST NGO, una delegazione dell’organizzazione venne ricevuta formalmente a Roma, all’Ambasciata della Federazione Russa, dal ministro consigliere Dmitry Shtodin e dal secondo segretario Danis Bashirov. Non fu una visita di mera cortesia: era stata preceduta da una telefonata in cui Shtodin, rivolgendosi senza giri di parole a un rappresentante dell’ONG, aveva dichiarato esplicitamente di muoversi e parlare per conto del presidente Vladimir Putin. Sul tavolo tornarono i nodi mai sciolti del Trattato di Pace del 1947, le violazioni dello status internazionale di Trieste e il potenziale dormiente del Porto Franco, confermando come nel pieno della prima crisi ucraina e delle sanzioni occidentali Mosca fosse pronta a sondare ogni faglia irrisolta nel bacino adriatico.
Ma la diplomazia russa sa bene che dove non arriva la pressione politica, si fa largo il soft power. Durante il colloquio romano, Shtodin assicurò il patrocinio di Mosca per grandi eventi nella città adriatica. La concretizzazione sul campo fu fulminea: il 26 e 27 settembre 2015 il Politeama Rossetti spalancava le porte al Coro dell’Armata Rossa, diretto dal generale Viktor Eliseev, per quella che venne presentata come l’unica tappa italiana della tournée. L’accoglienza fu travolgente. L’unica data prevista andò polverizzata al botteghino in poche ore, costringendo il teatro a triplicare le repliche, tutte rigorosamente esaurite. Vedere le mostrine e le divise militari russe acclamate da standing ovation a Trieste, a brevissima distanza dal canale aperto a Roma e mentre il clima tra Mosca e l’Occidente andava irrigidendosi, fu una magistrale operazione di diplomazia culturale: la riprova di come la fascinazione russa sapesse trovare, nel vuoto d’attenzione lasciato dalle istituzioni nazionali, una sponda emotiva immediata.
6. La rottura del 2022 e l’appello per il Porto Franco Internazionale
Il punto di rottura definitivo sembrava destinato a consumarsi con l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, che ha spazzato via le residue ambiguità economiche e scavato una nuova, plumbea cortina di ferro fatta di sanzioni, rotte interrotte e rigidi allineamenti di blocco. Eppure, proprio nel momento di massimo isolamento internazionale della Federazione Russa, la faglia giuridica triestina è tornata a farsi sentire ai più alti livelli.
Quando nell’aprile 2022 il Comando Generale delle Capitanerie di Porto emanò la circolare applicativa del Regolamento UE che vietava formalmente l’accesso e l’attracco nei porti italiani a tutte le navi battenti bandiera russa, la reazione legale non si fece attendere. TRIEST NGO indirizzò alle cancellerie internazionali e ai governi garanti un duro appello formale per contestare il blocco: l’international Free Port di Trieste non può essere assimilato a un qualsiasi scalo nazionale italiano. In virtù dell’Allegato VIII del Trattato di Pace del 1947 — accordo internazionale sovraordinato e pienamente recepito dall’ordinamento europeo — l’accesso al porto franco deve rimanere garantito alle navi commerciali di tutte le bandiere senza alcuna distinzione o esclusione politica e bellica. L’applicazione unilaterale delle sanzioni da parte di Roma veniva denunciata come una violazione degli obblighi internazionali dell’amministrazione fiduciaria italiana, lesiva peraltro della sicurezza energetica dei Paesi dell’Europa centrale (come Austria, Germania e Repubblica Ceca) riforniti dal terminal dell’oleodotto TAL-SIOT con greggio proveniente proprio dalle rotte del Mar Nero. Una mossa audace che andava a tutelare il principio della libertà dei traffici marittimi toccando direttamente gli interessi della Russia, potenza firmataria originaria di quel trattato.
A guardare da quassù tre secoli di registri navali, polizze marittime e dispacci diplomatici, la parabola dei rapporti tra Trieste e la Russia rivela una dinamica che va ben oltre la contingenza delle alleanze temporanee. I regimi crollano, i trattati si riscrivono e le frontiere si spostano; ma le vie d’acqua, la geografia dei traffici e le relazioni costruite dal lavoro di generazioni seguono tempi differenti da quelli della politica. Dalle scorrerie corsare finanziate nel Settecento dai mercanti levantini per la flotta di Caterina II fino all’azzardo contemporaneo di impugnare l’Allegato VIII contro i blocchi navali del 2022, Trieste ha sempre vissuto della medesima tentazione: utilizzare l’orizzonte orientale e la propria singolarità marittima per sottrarsi alla perifericità a cui gli Stati nazionali tendono ciclicamente a relegarla. Una contraddizione logistica e geopolitica che le capitali possono ignorare nei periodi di calma o reprimere nelle stagioni di conflitto, ma che la natura profonda del porto franco continua inesorabilmente a riaprire.

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