Aprile 1945: cetnici, anticomunisti sloveni, Wehrmacht e quelle 24–48 ore che avrebbero potuto cambiare la corsa contro Tito
Trieste poteva avere un altro destino nell’aprile-maggio 1945?
La domanda appartiene inevitabilmente alla storia controfattuale. Nessuno può dimostrare ciò che sarebbe accaduto se alcune decisioni fossero state diverse. Ma un controfattuale diventa storicamente interessante quando non nasce dalla fantasia, bensì da possibilità che i protagonisti ebbero realmente davanti a sé.
Nelle ultime due settimane dell’aprile 1945 una di queste possibilità esistette. Alle spalle di Trieste erano presenti migliaia di combattenti anticomunisti jugoslavi: formazioni cetniche serbe, reparti del Corpo Volontario Serbo e formazioni anticomuniste slovene, che consideravano l’avanzata dell’esercito di Tito una minaccia esistenziale. Gli uomini erano ancora armati e organizzati, inquadrati in reparti riconoscibili, con propri ufficiali e catene di comando. Non si trattava di bande disperse nei boschi né di una massa indistinta di sbandati in fuga davanti a Tito. Una parte di queste forze era già impiegata dai tedeschi contro la IV Armata jugoslava; altre cercavano ormai di raggiungere gli anglo-americani e consegnarsi a loro. Contemporaneamente, il 97° Corpo d’armata tedesco combatteva fra Fiume, Klana e Ilirska Bistrica per impedire alla IV Armata di raggiungere Trieste, mentre altre forze tedesche provenienti dai Balcani avrebbero dovuto raggiungerlo da sud.
A Trieste, intanto, un uomo cercava da mesi di prepararsi proprio a questo scenario. Bruno Coceani, oggi figura quasi dimenticata, era il prefetto di Trieste, nominato nell’ottobre 1943 da Friedrich Rainer, Supremo Commissario tedesco della Zona d’operazioni del Litorale Adriatico. Fascista, irredentista, già podestà di Monfalcone e figura di primo piano degli ambienti economici e industriali giuliani, Coceani occupava una posizione singolare: era un’autorità italiana, ma esercitava le proprie funzioni all’interno di un territorio posto sotto il controllo politico e militare tedesco. 1
E nell’aprile 1945 ricevette un’offerta.
Secondo la ricostruzione di Bogdan C. Novak, basata sulla testimonianza dello stesso Coceani, i capi serbi lo contattarono due volte, il 13 e il 23 aprile 1945, proponendogli di difendere Trieste insieme agli italiani contro i partigiani di Josip Broz Tito. 2
Coceani rifiutò.
La ragione costituisce forse uno dei più singolari paradossi degli ultimi giorni di guerra nella Venezia Giulia.
1. La corsa per Trieste e il pezzo dimenticato della storia
Nella narrazione più diffusa degli ultimi giorni dell’aprile 1945, la IV Armata jugoslava sembra avanzare verso una Trieste ormai quasi sguarnita, contendendola essenzialmente alle modeste forze insurrezionali italiane del CLN e precedendo di appena un giorno l’arrivo dei neozelandesi di Bernard Freyberg. La realtà militare era assai più complessa.
Fra Fiume, Ilirska Bistrica, Postumia, il Carso, Gorizia e l’Isonzo si trovavano non soltanto le forze tedesche del 97° Corpo d’armata, che opposero alla IV Armata una resistenza tutt’altro che simbolica, ma anche migliaia di combattenti anticomunisti jugoslavi: formazioni cetniche serbe, reparti del Corpo Volontario Serbo e formazioni anticomuniste slovene, alcuni dei quali erano già stati impiegati per tamponare le falle dello schieramento tedesco. La consistenza militare di queste formazioni sarebbe emersa chiaramente pochi giorni dopo, quando gli ufficiali neozelandesi incontrarono nell’area di Mossa-Gorizia le forze di Miodrag Damjanović e Momčilo Đujić. La testimonianza di Geoffrey Cox, senior intelligence officer della 2ª Divisione neozelandese, è da questo punto di vista particolarmente preziosa.
Questo elemento è rimasto largamente ai margini della memoria pubblica della “corsa per Trieste”, sopravvivendo soprattutto nella memorialistica e negli studi specialistici. La sua marginalizzazione non sorprende. Nessuna delle grandi memorie politiche del dopoguerra aveva particolare interesse a collocare queste forze al centro del racconto. Per la narrazione jugoslava erano collaborazionisti sconfitti dalla guerra di liberazione; per quella antifascista italiana erano formazioni compromesse con tedeschi e fascismi locali; per quella nazionale italiana risultava altrettanto scomodo ricordare che alcuni degli uomini potenzialmente disponibili per contrastare Tito erano essi stessi slavi e non intendevano riconoscere preventivamente la sovranità italiana sulla Venezia Giulia.
Ne è derivata una rappresentazione molto più semplice: da una parte Tito che avanza, dall’altra una Trieste italiana che insorge e attende gli Alleati. Militarmente, fra queste due immagini, esisteva invece un terzo mondo: tedeschi in ritirata, cetnici, volontari serbi, monarchici e anticomunisti sloveni, migliaia di uomini armati che cercavano contemporaneamente di combattere Tito e di raggiungere gli occidentali prima di essere catturati.
Occorre inoltre evitare di proiettare retrospettivamente sul 1945 una situazione giuridica e territoriale che non era affatto così lineare. Dopo l’8 settembre 1943 Trieste e la Venezia Giulia non erano più sotto l’effettivo controllo dello Stato italiano: il territorio era stato inserito dai tedeschi nella Operationszone Adriatisches Küstenland, pur mantenendo formalmente strutture amministrative italiane. La cessazione giuridica della sovranità italiana sulla futura area del Territorio Libero sarebbe stata stabilita dal Trattato di pace del 1947. Nell’aprile 1945, dunque, non si stava semplicemente combattendo per “liberare una città italiana”: si stava decidendo quale potere sarebbe arrivato per primo in un territorio il cui futuro internazionale era ormai aperto.
Da sud-est avanzava la IV Armata jugoslava di Petar Drapšin, mentre il IX Korpus sloveno premeva da nord e dal Carso. Da ovest arrivava la 2ª Divisione neozelandese di Freyberg. Il 30 aprile esplose l’insurrezione di Trieste; il 1° maggio entrarono le forze jugoslave; il 2 maggio arrivarono i neozelandesi. Gli jugoslavi avevano vinto la corsa, ma di pochissimo.
È proprio questo margine di 24–48 ore a rendere decisivo ciò che stava accadendo alle spalle della città.
2. Coceani aveva capito il pericolo. Ma quale priorità scelse?
Bruno Coceani era un fascista convinto. Durante l’occupazione tedesca accettò la carica di capo della Provincia di Trieste e operò all’interno dell’apparato amministrativo instaurato sotto l’autorità nazista dell’Adriatisches Küstenland. La sua iniziativa degli ultimi mesi di guerra contro l’avanzata jugoslava non può quindi essere riletta come una tardiva conversione antifascista: nasceva da una prospettiva politica e nazionale profondamente diversa.
La sua posizione aveva però una caratteristica particolare. Coceani considerava il dominio tedesco un pericolo contingente, destinato a scomparire con la ormai prevedibile sconfitta del Reich, mentre vedeva nell’espansione jugoslava un pericolo permanente per l’appartenenza futura di Trieste e della Venezia Giulia. Quando il crollo tedesco divenne evidente, cercò quindi di preservare le istituzioni italiane e di costruire un fronte capace di impedire che il vuoto lasciato dalla Wehrmacht fosse immediatamente occupato dalle forze di Tito.
In questa prospettiva cercò contatti persino con il CLN. Il podestà Cesare Pagnini mantenne rapporti con Carlo Schiffrer e altri esponenti antifascisti. Si discusse della Guardia civica, delle armi disponibili e del possibile passaggio di uomini alle formazioni insurrezionali. Il progetto di Coceani era semplice nella concezione quanto politicamente difficilissimo: sospendere di fronte all’avanzata jugoslava la guerra civile che divideva gli italiani e riunire temporaneamente fascisti, antifascisti e apparati cittadini in un fronte comune che mantenesse il controllo di Trieste fino all’arrivo degli anglo-americani.
Il CLN rifiutò, e aveva ragioni politiche molto concrete per farlo. Combattere fianco a fianco con uomini e strutture compromessi con il fascismo e con l’occupazione tedesca avrebbe messo in discussione proprio quella legittimità antifascista sulla quale il Comitato fondava la propria pretesa di rappresentare, davanti agli Alleati, l’Italia democratica. Per il CLN non si trattava soltanto di decidere chi avrebbe combattuto nelle strade di Trieste, ma anche con quale identità politica la città si sarebbe presentata agli eserciti occidentali e alla futura sistemazione del dopoguerra.
Si creava così un paradosso. Coceani, fascista e collaboratore dell’amministrazione tedesca, cercava negli ultimi giorni del Reich una convergenza con gli antifascisti non perché avesse rinnegato il proprio passato politico, ma perché riteneva che la questione nazionale dovesse ormai prevalere sulle divisioni della guerra civile italiana. Il CLN, al contrario, non poteva sacrificare la propria identità antifascista proprio nel momento in cui quella identità diventava una delle sue principali risorse politiche davanti agli Alleati.
Ma mentre Coceani cercava inutilmente l’unità degli italiani, gli arrivò una proposta da un’altra direzione.
3. 13 e 23 aprile: l’offerta serba e il paradosso nazionalista
Secondo Coceani, come riferisce Novak, esponenti serbi lo contattarono il 13 e nuovamente il 23 aprile 1945 proponendo sostanzialmente di combattere insieme agli italiani per difendere Trieste dall’avanzata di Tito.
Coceani pose però una condizione politica. Prima di qualsiasi accordo volle conoscere la posizione serba sulla Venezia Giulia: in sostanza chiedeva il riconoscimento della sua appartenenza indiscutibile all’Italia.
La risposta serba fu assai più pragmatica. Il problema immediato era combattere il comunismo; la questione territoriale avrebbe dovuto essere rinviata alla futura conferenza di pace.
Coceani non accettò. Dopo essersi consultato, secondo Novak, con il vescovo Antonio Santin, il podestà Pagnini e altri collaboratori, rifiutò l’appoggio proprio per il mancato riconoscimento preventivo dell’italianità della Venezia Giulia.
È qui che emerge quello che può essere definito l’autolesionismo nazionalista di Coceani. L’uomo che aveva compreso perfettamente il pericolo rappresentato dall’avanzata jugoslava subordinò l’accettazione dell’offerta militare degli anticomunisti serbi alla loro preventiva accettazione dell’italianità della Venezia Giulia, anteponendo così la soluzione della questione territoriale all’urgenza di rallentare l’arrivo delle forze di Tito a Trieste.
I serbi proponevano di rinviare i confini alla conferenza di pace. Coceani voleva risolverli prima di combattere insieme.
Pochi giorni dopo non furono più gli anticomunisti serbi a discutere con Coceani del futuro di Trieste. A Trieste entrò la IV Armata di Tito.
La questione diventa ancora più significativa quando si osserva chi fossero realmente gli uomini che avevano offerto il loro aiuto. Negli ultimi mesi del conflitto la Slovenia occidentale e il Litorale erano diventati un enorme punto di raccolta di formazioni anticomuniste provenienti da diverse parti della Jugoslavia: elementi cetnici, la Divisione Dinara di Momčilo Đujić, il Corpo Volontario Serbo, altre formazioni monarchiche e forze anticomuniste slovene.
Non costituivano un blocco politico omogeneo e alcune di queste formazioni erano pesantemente compromesse dalla collaborazione con i tedeschi. Ma nell’aprile 1945 condividevano una realtà essenziale: il loro nemico esistenziale era Tito.
Dal 27 marzo il Corpo Volontario Serbo era passato sotto il comando del generale Miodrag Damjanović, impegnato nel tentativo di raccogliere sotto un comando comune le forze anticomuniste presenti nella regione. Novak riferisce persino l’esistenza di un progetto molto più ambizioso: riunire formazioni slovene, croate e serbe in un esercito jugoslavo anticomunista di circa 100.000 uomini, utilizzando anche l’armamento pesante tedesco dopo la resa della Germania e confidando nell’appoggio occidentale. 3
Era un progetto con probabilità assai scarse di realizzazione: presupponeva un sostegno britannico tutt’altro che garantito e cercava di mettere insieme formazioni separate da una guerra civile sanguinosa. Ma dimostra che l’idea di concentrare quelle forze contro Tito esisteva realmente nell’aprile 1945.
4. Non erano soltanto uomini disponibili: alcuni stavano già combattendo
Qui il controfattuale incontra direttamente la storia militare.
Lo studio di Denis Cerkvenik sulle battaglie finali intorno a Ilirska Bistrica mostra che il comando tedesco aveva individuato una grave falla nel settore fra Gerovo, Čabar, Prezid e Lož. Per chiuderla, tre reggimenti del Corpo Volontario Serbo furono trasferiti da Postumia verso Čabar. 4
L’idea di utilizzare formazioni serbe anticomuniste per ostacolare l’avanzata della IV Armata, dunque, non è una costruzione retrospettiva.
Stava già accadendo.
Anche la componente slovena merita attenzione. Nel Litorale operava la Primorska narodna straža, la Guardia nazionale del Litorale sloveno, guidata da Tone Kokalj. Novak ne stima la consistenza finale intorno ai duemila uomini. I rapporti con Coceani erano tutt’altro che semplici: già nel 1944 Kokalj aveva chiesto la restituzione di istituzioni slovene soppresse dal fascismo, la riapertura delle scuole e una maggiore presenza slovena nell’amministrazione. Coceani aveva respinto quelle richieste. Anche qui la questione nazionale ostacolava la costruzione di un fronte anticomunista. 5
Quando la IV Armata avanzò, le formazioni serbe e gran parte della Guardia nazionale del Litorale sloveno si ritirarono verso occidente, attraversando l’Isonzo fra il 29 aprile e il 1° maggio. Il loro obiettivo stava ormai cambiando: non vincere la guerra, ma raggiungere gli inglesi. 6
Per un cetnico o per un anticomunista jugoslavo la differenza fra arrendersi agli occidentali e cadere nelle mani di Tito poteva essere letteralmente la differenza fra la vita e la morte. La successiva sorte di molte formazioni anticomuniste riconsegnate dagli Alleati alla Jugoslavia avrebbe dimostrato quanto quel timore fosse fondato. 7
Questo punto è essenziale: la loro ritirata non dimostra che fossero militarmente inconsistenti. Dimostra che la priorità era diventata raggiungere gli inglesi prima che li raggiungesse Tito.
Il 13 e il 23 aprile, quando gli emissari serbi incontrarono Coceani, quella scelta finale non era ancora irreversibile.
5. La battaglia che si combatteva alle spalle di Trieste
L’insurrezione del CLN del 30 aprile ebbe enorme importanza politica. Militarmente, però, le forze insurrezionali cittadine non erano comparabili con una grande armata regolare. La resistenza convenzionale più consistente che rallentò l’avanzata jugoslava verso Trieste si combatté più a est e vide protagonista il 97° Corpo d’armata tedesco, comandato da Ludwig Kübler.
Il nodo fondamentale era Ilirska Bistrica. Attraverso quell’area passavano le comunicazioni Trieste-Fiume e Lubiana-Fiume, che negli ultimi mesi della guerra assumevano un’importanza ancora maggiore perché avrebbero dovuto permettere il ripiegamento verso il Reich delle forze tedesche provenienti da Grecia, Albania, Serbia e Croazia. Per questo il comando dell’Heeresgruppe E ordinò al 97° Corpo di mantenere Ilirska Bistrica e le comunicazioni verso nord fino all’arrivo delle unità provenienti da sud. 8
Non fu una resistenza simbolica. Gli scontri fra il 97° Corpo e la IV Armata costituiscono una delle maggiori battaglie combattute sul territorio sloveno alla fine della guerra. A Klana i tedeschi riuscirono inizialmente a respingere gli attacchi jugoslavi; Kübler contrattaccò e la battaglia fu abbastanza dura da costringere il comando della IV Armata a modificare la propria strategia.
Drapšin comprese che continuare a sfondare frontalmente avrebbe consumato tempo e uomini. Decise quindi di aggirare lo schieramento. Una parte delle forze jugoslave avanzò attraverso Cherso e l’Istria puntando verso Materija e tagliando la comunicazione Trieste-Fiume; sul lato orientale altre unità passarono attraverso Delnice e Lož, arrivando alle spalle dei tedeschi e conquistando Ilirska Bistrica.

L’operazione di Trieste nella cartografia militare jugoslava. Le direttrici dell’avanzata della IV Armata verso Trieste e, nei riquadri, le operazioni per la conquista della città (29 aprile–1° maggio 1945) e l’accerchiamento del 97° Corpo d’armata tedesco (29 aprile–7 maggio).
La manovra trasformò progressivamente il 97° Corpo da forza di sbarramento in forza accerchiata.
Ma il piano tedesco originario presupponeva l’arrivo di altre unità dell’Heeresgruppe E provenienti dai Balcani. Fra queste figurava anche la 7ª Divisione volontaria da montagna SS “Prinz Eugen”. Un ordine del 30 aprile prevedeva ancora che la divisione, raccolta nell’area di Karlovac, avanzasse attraverso Lubiana verso occidente per contribuire al soccorso del 97° Corpo. Non riuscì a farlo. Più in generale, il grosso dell’Heeresgruppe E finì per ripiegare verso il Reich attraverso la Stiria e il 97° Corpo rimase isolato. 9
Kübler e i suoi uomini continuarono a combattere, riconquistarono perfino Ilirska Bistrica e tentarono successivamente di sfondare verso l’Austria. Il 7 maggio, ormai completamente isolato, il Corpo capitolò.
Per la nostra domanda, però, conta ciò che era accaduto prima: la IV Armata non aveva trovato davanti a sé una strada aperta verso Trieste. Era già stata costretta a combattere, fermarsi, aggirare e riorganizzare la propria avanzata.
6. Geoffrey Cox, il “Captain Cox” e l’altra Jugoslavia
La consistenza delle forze anticomuniste emerge anche quando le osserviamo dall’altra parte del fronte, attraverso gli uomini dell’esercito occidentale che le incontrarono.
Uno dei testimoni più importanti è Geoffrey Cox, Major e senior intelligence officer della 2ª Divisione neozelandese, autore prima di The Road to Trieste e successivamente di The Race for Trieste. Cox si trovava in una posizione privilegiata per osservare la complessità militare e politica che Freyberg incontrò oltre l’Isonzo.10
Nell’area di Gorizia-Mossa i neozelandesi incontrarono anche quella che potremmo chiamare l’altra Jugoslavia: quella che stava fuggendo da Tito.
Un diario di un ufficiale monarchico serbo consente di ricostruire l’incontro dall’altro lato. Il 29 aprile le forze serbe avevano lasciato Gorizia e attraversato l’Isonzo dirigendosi verso Mossa. Il 1° maggio venne persino considerata la possibilità di tornare verso Gorizia, ma la situazione militare era ormai troppo pericolosa. Poi comparvero i mezzi neozelandesi.
Il diario ricorda che il primo ufficiale alleato con il quale vennero stabiliti contatti era un «Captain Cox». Non va automaticamente identificato con Geoffrey Cox, che era Major. The Race for Trieste consente però di restringere il campo: Geoffrey racconta infatti che nell’area di Mossa operava anche suo fratello Ken, ufficiale del 26° Battaglione neozelandese, che entrò in contatto con i cetnici e incontrò il generale Miodrag Damjanović. L’identificazione del «Captain Cox» della testimonianza serba con Ken Cox appare quindi plausibile, ma, in assenza della conferma documentale del suo grado in quei giorni, deve rimanere un’ipotesi.11
Ma più del nome conta ciò che gli occidentali trovarono. E qui disponiamo della testimonianza diretta di Geoffrey Cox. Avvicinandosi a Mossa, egli attraversò lo schieramento serbo e osservò colonne di uomini disciplinati nella marcia, dotati di equipaggiamento completo e di armi automatiche. La sua impressione fu inequivocabile: non una massa indistinta di sbandati, ma uomini che conservavano l’aspetto e l’organizzazione di un esercito. Cox incontrò personalmente Damjanović e poté constatare l’esistenza di una struttura di comando ancora funzionante.12
Gli uomini erano dunque ancora armati, organizzati e sottoposti ai propri ufficiali. Chiesero garanzie agli Alleati; inizialmente esitarono persino ad attraversare l’Isonzo perché temevano che le forze britanniche presenti non fossero sufficienti a proteggerli da un attacco partigiano. Nei dintorni continuavano intanto combattimenti con mortai e mitragliatrici.
Il 2 maggio Damjanović e Momčilo Đujić si recarono personalmente al quartier generale di Freyberg a Udine.13

Trieste, aprile 1945. Da sinistra: Matija Parac, Momčilo Đujić, Kosta Mušicki e Miodrag Damjanović. La fotografia è catalogata da Wikimedia Commons come scattata a Trieste nel 1945. Fonte: Wikimedia Commons – Public Domain.
È un dettaglio di enorme importanza per il nostro ragionamento. Le forze che pochi giorni prima avrebbero potuto essere impiegate per ostacolare l’avanzata di Tito esistevano ancora, disponevano di armi, ufficiali e catene di comando ed erano sufficientemente organizzate perché i loro comandanti potessero negoziare direttamente con il comando della 2ª Divisione neozelandese.
Ormai, però, il loro obiettivo era ottenere protezione occidentale. Poco dopo sarebbero state disarmate e trasferite verso Palmanova e quindi nei campi italiani.
Avevano perso la guerra. Non necessariamente la capacità di combattere ancora per qualche giorno.
7. Il CLN, le due insurrezioni e quelle ventiquattr’ore
Il CLN seguiva una strategia completamente diversa da quella immaginata da Coceani. Non voleva un’alleanza con i fascisti o con le strutture compromesse con l’occupazione tedesca. Intendeva insorgere autonomamente, proclamarsi autorità legittima della città e attendere gli anglo-americani.
Politicamente era una strategia comprensibile. Militarmente dipendeva però da una condizione sulla quale il CLN non aveva alcun controllo: Freyberg doveva arrivare prima di Drapšin.
Non accadde.
Il 30 aprile il CLN insorse. Contemporaneamente entrò in azione Unità Operaia, collegata al movimento comunista e alla resistenza slovena. Trieste ebbe così non una ma due insurrezioni concorrenti, portatrici di progetti politici differenti. Le forze del CLN occuparono punti importanti della città, ma non potevano affrontare la IV Armata. Quando il 1° maggio arrivarono gli jugoslavi, il rapporto di forza cambiò radicalmente e il CLN venne progressivamente esautorato.

Trieste, Piazza Goldoni (già Piazza della Legna), 30 aprile 1945. Combattimenti durante l’insurrezione: due uomini armati prendono posizione al margine della piazza deserta.
C’è un’ultima ironia. Mentre il CLN era insorto contro l’occupante tedesco e gli jugoslavi entravano presentandosi come liberatori, alcune delle resistenze militarmente più dure incontrate dalla IV Armata nella corsa verso Trieste erano state opposte proprio dalla Wehrmacht. E persino dentro la città, quando i neozelandesi arrivarono il 2 maggio, i combattimenti non erano completamente terminati: i tedeschi mantenevano posizioni nel castello di San Giusto e nel Palazzo di Giustizia, e alcuni reparti preferirono arrendersi agli occidentali anziché agli jugoslavi.
Il CLN aspettava gli Alleati. Gli anticomunisti jugoslavi cercavano gli Alleati. I tedeschi volevano arrendersi agli Alleati.
E gli Alleati arrivarono.
Un giorno dopo Tito.
8. Sarebbero bastate 24–48 ore?
È qui che il controfattuale può essere formulato correttamente.
Cetnici, volontari serbi e anticomunisti sloveni avrebbero potuto sconfiggere la IV Armata? Probabilmente no. Drapšin disponeva ormai di una grande formazione militare articolata in numerose divisioni, appoggiata da artiglieria e da altre forze jugoslave.
Ma è la domanda a essere sbagliata.
Non occorreva sconfiggere Tito. Occorreva ritardarlo.
Il 97° Corpo aveva già dimostrato che era possibile. La resistenza tedesca aveva costretto la IV Armata ad abbandonare l’attacco frontale e organizzare una complessa manovra di aggiramento. A quella resistenza avrebbero potuto aggiungersi migliaia di anticomunisti jugoslavi. Una parte di loro era già stata impiegata per chiudere le falle del dispositivo tedesco; altri erano ancora armati e organizzati quando incontrarono i neozelandesi; ulteriori forze tedesche erano state destinate a raggiungere il settore ma non vi arrivarono.
Non possiamo sapere se una maggiore concentrazione di queste forze avrebbe prodotto dodici ore, ventiquattro, due giorni oppure nessun risultato decisivo.
Ma sappiamo quanto tempo sarebbe servito.
Il 1° maggio le forze di Drapšin entrarono a Trieste. Il 2 maggio vi entrarono i neozelandesi di Freyberg. 14
La distanza fra i due arrivi fu così breve da essere riassunta da Winston Churchill con un’immagine destinata a rimanere. Sebbene le forze jugoslave avessero preceduto gli occidentali, Alexander era arrivato a Trieste, Gorizia e Monfalcone «in time to put his foot in the door»: in tempo per «mettere un piede nella porta». Anche Peter McIntyre, artista di guerra ufficiale della 2ª Divisione neozelandese, ricordò la stessa espressione attribuendola direttamente a Churchill. Non era soltanto una battuta: già il 30 aprile Churchill aveva scritto a Truman che gli Alleati occidentali dovevano, se possibile, arrivare a Trieste per primi. Non ci riuscirono. Ma arrivarono abbastanza presto da impedire che la porta si chiudesse dietro l’esercito jugoslavo

Trieste, 2 maggio 1945. Un carro della 2ª Divisione neozelandese circondato dalla popolazione dopo l’ingresso in città. Le forze jugoslave erano arrivate il giorno precedente.
Un arrivo anticipato dei neozelandesi non avrebbe risolto la questione dell’appartenenza futura di Trieste. Quella sarebbe rimasta oggetto dello scontro diplomatico e politico internazionale del dopoguerra. Avrebbe però modificato radicalmente il fatto compiuto sul terreno.
Nella realtà, i neozelandesi di Freyberg entrarono in una città nella quale l’esercito jugoslavo era già presente e aveva cominciato ad assumere il controllo politico e militare. Se invece i neozelandesi fossero arrivati per primi in una Trieste nella quale il CLN era già insorto e le forze tedesche stavano consegnando loro le armi, sarebbe stato Tito a trovarsi davanti a un fatto compiuto occidentale e a dover decidere se far entrare le proprie truppe in una città già sotto controllo militare anglo-americano.
La differenza non consiste nel poter affermare che Trieste sarebbe stata automaticamente “italiana”. Consiste nel fatto che la futura controversia su Trieste sarebbe iniziata con gli occidentali dentro la città e gli jugoslavi fuori, anziché con entrambi presenti ma con le forze di Tito arrivate per prime. In una crisi nella quale il controllo effettivo del territorio pesava enormemente sulla successiva trattativa diplomatica, non era una differenza marginale.
Non possiamo sapere quale confine ne sarebbe derivato. Possiamo però affermare che la crisi di Trieste sarebbe cominciata da una posizione completamente diversa.
9. Coceani e il destino mancato
Alla fine, il nodo della vicenda torna a Bruno Coceani.
Il prefetto aveva compreso con notevole anticipo quale sarebbe stato il problema decisivo degli ultimi giorni di guerra: chi sarebbe arrivato per primo a Trieste. Sapeva che la presenza tedesca era destinata a finire e che, dietro la Wehrmacht in ritirata, avanzava un esercito jugoslavo che non combatteva soltanto per sconfiggere il Reich, ma anche per occupare un territorio destinato a diventare oggetto della trattativa internazionale del dopoguerra.
Coceani cercò per questo di costruire un fronte italiano capace di presentarsi agli Alleati come padrone della città nel momento del crollo tedesco. Tentò di coinvolgere il CLN, cercò contatti con gli ambienti antifascisti e arrivò a immaginare una convergenza temporanea fra forze italiane politicamente inconciliabili.
Ma quando la possibilità di allargare quel fronte agli anticomunisti jugoslavi si presentò concretamente, secondo la sua stessa testimonianza, pose una condizione preliminare.
I capi serbi che lo contattarono il 13 e il 23 aprile proponevano di combattere insieme contro le forze di Tito e di rinviare la questione dei confini alla futura conferenza di pace. Coceani chiese invece che riconoscessero preventivamente l’italianità della Venezia Giulia. Dopo essersi consultato con il vescovo Antonio Santin, il podestà Cesare Pagnini e i propri collaboratori, respinse l’offerta.
È qui che il suo nazionalismo assume un carattere paradossalmente autolesionista.
Per evitare di combattere temporaneamente accanto a slavi anticomunisti che non garantivano l’italianità della Venezia Giulia, Coceani rinunciò a una possibile componente di quel fronte che avrebbe dovuto impedire agli slavi comunisti di arrivare per primi a Trieste.
Gli anticomunisti serbi proponevano di rinviare la questione territoriale alla pace. Tito non intendeva rinviarla: la sua IV Armata correva verso Trieste perché occupare il territorio prima degli occidentali significava presentarsi alla futura trattativa internazionale con un fatto compiuto già sul terreno.
La cronologia rende evidente quanto Trieste fosse urgente. Quando le forze jugoslave entrarono in città il 1° maggio 1945, Lubiana era ancora nelle mani tedesche. La capitale slovena sarebbe stata liberata soltanto il 9 maggio. Trieste non era semplicemente una città incontrata lungo la ritirata tedesca verso nord: era un obiettivo da raggiungere prima degli anglo-americani. 15
Naturalmente, una coalizione fra tedeschi in ritirata, cetnici, volontari serbi, anticomunisti sloveni, fascisti italiani e forze del CLN sarebbe stata politicamente difficilissima, forse impossibile da trasformare in un vero comando unitario. Ognuno combatteva per ragioni differenti. Alcuni cercavano soltanto una via verso gli occidentali. Altri pensavano al futuro della Jugoslavia. Coceani pensava alla Venezia Giulia. Il CLN alla liberazione dal nazifascismo e alla posizione che l’Italia democratica avrebbe dovuto presentare agli Alleati.
Avevano un nemico immediato comune, ma non una causa comune.
Eppure il dato militare rimane.
Nell’aprile 1945 esistevano realmente uomini, reparti e comandi che avrebbero potuto rendere più difficile e forse più lenta la corsa della IV Armata verso Trieste.
Non occorreva sconfiggere Tito. Occorreva ritardarlo.
Il margine temporale fu infatti minimo. Il 1° maggio le forze di Drapšin raggiunsero Trieste. Il 2 maggio vi entrarono i neozelandesi di Freyberg. Quando questi ultimi arrivarono, il fatto compiuto jugoslavo era già iniziato.
Non possiamo sapere che cosa sarebbe accaduto se la resistenza incontrata dalla IV Armata lungo la direttrice verso Trieste fosse durata ventiquattro o quarantotto ore in più. Né possiamo sapere quale confine sarebbe infine uscito dalla conferenza di pace.
Possiamo però vedere con chiarezza quanto fosse sottile il margine che separò due possibili sequenze degli avvenimenti: nella realtà furono gli occidentali a trovare Tito già a Trieste. Con ventiquattr’ore di ritardo nell’avanzata jugoslava, avrebbe potuto essere Tito a trovare gli occidentali già attestati davanti a Trieste.
Coceani aveva intuito perfettamente l’importanza di quella corsa. Ma nel momento in cui gli venne offerta una collaborazione militare da uomini che condividevano il nemico immediato senza condividere la sua soluzione nazionale, scelse la questione del confine prima della battaglia che avrebbe potuto condizionarlo.
Forse quelle forze non sarebbero bastate.
Forse il risultato finale sarebbe stato identico.
Ma forse sarebbe bastato un giorno.
E nell’aprile 1945, intorno a Trieste, un giorno poteva valere un confine.
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Fonti e bibliografia essenziale
Cox, Geoffrey, La corsa per Trieste, trad. di Rosanna Macuz Varrocchi, Gorizia, Editrice Goriziana, 1985 (ed. orig. The Race for Trieste, London, William Kimber & Co., 1977).
Novak, Bogdan C., Trieste 1941–1954. La lotta politica, etnica e ideologica, trad. di Graziano Azzimonti, Milano, Mursia, 1973 (ed. orig. University of Chicago Press, 1970).
Cerkvenik, Denis, «Zaključni boji v okolici Ilirske Bistrice ob koncu druge svetovne vojne / The final battles in the surroundings of Ilirska Bistrica at the end of the Second World War», Kronika, 71/3 (2023), pp. 717–726, DOI 10.56420/Kronika.71.3.16.
Dimitrijević, Bojan, «Serbian Volunteer Corps in the Primorska Region of Slovenia 1944–1945», Dileme, 7/2 (2023), pp. 147–166, DOI 10.55692/d.18564.23.10.
Kocjančič, Klemen, «Vojaške operacije v času nemške okupacije Ilirske Bistrice in okolice med drugo svetovno vojno / Military operations during the German occupation of Ilirska Bistrica and its surroundings during the Second World War», Kronika, 71/3 (2023), pp. 703–716, DOI 10.56420/Kronika.71.3.15.
Pupo, Raoul, «Corsa per Trieste», Regione Storia FVG, scheda tematica Novecento; Id., Trieste ’45, Roma-Bari, Laterza, 2010.
SIUSA – Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche, «Coceani Bruno», scheda soggetto produttore.
Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, «Coceani, Bruno».
Liberation of Ljubljana, progetto storico-museale Okupacijske meje / Occupation Borders, sezione sulla liberazione di Lubiana, 7–9 maggio 1945.
Note
- ↩
- Sulla nomina di Bruno Coceani a prefetto di Trieste da parte di Friedrich Rainer nell’ottobre 1943 e sul suo profilo politico e istituzionale, cfr. “Coceani, Bruno”, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani; SIUSA, “Coceani Bruno”, scheda soggetto produttore. ↩
- Bogdan C. Novak, Trieste 1941–1954. La lotta politica, etnica e ideologica, trad. di Graziano Azzimonti, Milano, Mursia, 1973, p. 152. Novak riferisce qui la versione dello stesso Coceani: i contatti serbi del 13 e 23 aprile, la proposta di difendere Trieste contro le forze di Tito, la questione della Venezia Giulia e il successivo rifiuto. ↩
- Novak, Trieste 1941–1954, p. 152, per il progetto di concentrare formazioni slovene, croate e serbe in un esercito anticomunista di circa 100.000 uomini. Per il Corpo Volontario Serbo nella Primorska e la sua consistenza, cfr. Bojan Dimitrijević, “Serbian Volunteer Corps in the Primorska Region of Slovenia 1944–1945”, Dileme, 7/2 (2023), DOI 10.55692/d.18564.23.10. ↩
- Denis Cerkvenik, “Zaključni boji v okolici Ilirske Bistrice ob koncu druge svetovne vojne”, Kronika, 71/3 (2023), pp. 717–726, spec. p. 720, DOI 10.56420/Kronika.71.3.16. Cerkvenik documenta l’invio da Postumia di tre reggimenti del Corpo Volontario Serbo per chiudere la falla a nord di Delnice, nel settore Gerovo–Čabar–Prezid–Lož. ↩
- Novak, Trieste 1941–1954, pp. 152–153, per la Guardia nazionale del Litorale sloveno e la sua consistenza finale; sulle formazioni anticomuniste presenti nell’area di Ilirska Bistrica cfr. anche Klemen Kocjančič, “Vojaške operacije v času nemške okupacije Ilirske Bistrice in okolice med drugo svetovno vojno”, Kronika, 71/3 (2023), pp. 703–716, DOI 10.56420/Kronika.71.3.15. ↩
- Novak, Trieste 1941–1954, p. 153: fra il 29 aprile e il 1° maggio le forze serbe e gran parte della Guardia nazionale del Litorale ripiegarono verso occidente attraversando l’Isonzo; il 3 maggio una parte si arrese agli inglesi. ↩
- Per il destino del Corpo Volontario Serbo, cfr. Dimitrijević, “Serbian Volunteer Corps…”, cit.: una parte riuscì a ritirarsi in Italia e fu disarmata dai britannici; una parte ripiegò in Austria, venne successivamente riconsegnata alle forze jugoslave e molti suoi membri furono uccisi senza processo nell’area di Kočevje. ↩
- Cerkvenik, “Zaključni boji…”, pp. 717–723. Le comunicazioni Trieste–Fiume e Lubiana–Fiume erano decisive per il ripiegamento tedesco; il 97° Corpo di Ludwig Kübler ricevette il compito di mantenere Ilirska Bistrica. Cerkvenik definisce gli scontri una delle maggiori battaglie combattute in Slovenia alla fine della guerra. ↩
- Cerkvenik, “Zaključni boji…”, p. 720, per il previsto impiego della 7ª Divisione volontaria da montagna SS “Prinz Eugen”, diretta da Nova Gradiška verso Karlovac e destinata a operare nel settore Snežnik–Dolenjska; l’avanzata partigiana ne impedì l’impiego a sostegno del dispositivo del 97° Corpo. Sull’isolamento del Corpo e la resa del 7 maggio, ivi, pp. 722–724. ↩
- Geoffrey Cox, La corsa per Trieste, trad. di Rosanna Macuz Varrocchi, Gorizia, Editrice Goriziana, 1985 (ed. orig. The Race for Trieste, London, William Kimber & Co., 1977), cap. XXV, pp. 239–249. ↩
- La testimonianza serba, di carattere memorialistico, indica il primo ufficiale alleato contattato come “Captain Cox”. Geoffrey Cox era Major; nelle pp. 246–247 di La corsa per Trieste egli identifica invece suo fratello Ken come ufficiale del 26° Battaglione operante a Mossa e in contatto con Damjanović. L’identificazione del “Captain Cox” con Ken resta quindi plausibile, ma non viene assunta qui come certa senza una conferma documentale del grado ricoperto in quei giorni. ↩
- Cox, La corsa per Trieste, pp. 242–247, spec. pp. 244–246. A p. 245 Cox descrive personalmente colonne cetniche disciplinate nella marcia, dotate di equipaggiamento completo e armi automatiche, con l’aspetto di un esercito rifornito e organizzato piuttosto che di una banda irregolare; nello stesso passaggio incontra il generale Miodrag Damjanović. ↩
- Il colloquio diretto fra Cox e Damjanović a Mossa è documentato da Cox, La corsa per Trieste, pp. 245–246. La successiva visita di Damjanović e Momčilo Đujić al quartier generale di Freyberg a Udine è attestata dalla memorialistica serba utilizzata nel testo; il dettaglio va pertanto letto con il diverso grado di solidità proprio di una fonte memorialistica. ↩
- Sulla “corsa per Trieste” cfr. Raoul Pupo, “Corsa per Trieste”, Regione Storia FVG: fra i due concorrenti furono gli jugoslavi ad avere fin dall’inizio il traguardo chiaramente definito e ad accettare perdite e rischi per raggiungerlo. Cfr. anche Geoffrey Cox, La corsa per Trieste, e Raoul Pupo, Trieste ’45, Roma-Bari, Laterza, 2010. ↩
- Per Lubiana: “Liberation of Ljubljana”, progetto Occupation Borders / Okupacijske meje. I combattimenti sulla linea Sostro–Zadvor–Orle continuarono dal 7 al 9 maggio 1945; le prime unità partigiane entrarono in città la mattina del 9 maggio. Il confronto cronologico con Trieste serve qui a evidenziare la priorità operativa della corsa verso la città giuliana, non a sostenere che i due assi m

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