“Trieste è il ripostiglio della Storia.” — Claudio Magris
Il paradosso del 10 febbraio: due narrazioni incompatibili nella stessa data
Il 10 febbraio non è una data qualunque. È il giorno in cui si scontrano due destini inconciliabili.
Nel 1947 il Trattato di Pace di Parigi decise l’istituzione del Territorio Libero di Trieste: un’entità internazionale creata anche per superare la contesa Italia-Jugoslavia, dotata di un Porto Franco neutrale e proiettata oltre i nazionalismi, al servizio dell’Europa centrale e non solo.
Dal 2004, su iniziativa del deputato triestino Roberto Menia, quella stessa data è diventata il “Giorno del Ricordo”, inizialmente istituito per “promuovere la riflessione sulla storia, sull’identità nazionale e favorire il dialogo e la riconciliazione tra diverse memorie”, ma progressivamente focalizzato quasi esclusivamente sulle foibe e sull’esodo istriano-giuliano-dalmata.
Risultato: una torsione simbolica letale.
Una data nata per liberare Trieste dai nazionalismi è diventata arena permanente di scontro ideologico, prigioniera di un eterno ritorno nietzscheano in cui il passato non viene compreso ma semplicemente replicato.
Da un lato il rinvigorito nazionalismo post-fascista, dall’altro una lettura che, nel tentativo di contestualizzare gli eccessi jugoslavi del maggio–giugno 1945, si rifugia in una rappresentazione riduzionista che finisce per rimuovere — o minimizzare — la struttura repressiva, la logica e i metodi operativi dell’apparato OZNA.
Nel mezzo, schiacciata, resta Trieste.
Le radici della ferita: il confine incendiato dal fascismo
Per comprendere il dopoguerra bisogna partire dal prima.
Sul confine orientale il fascismo impose una snazionalizzazione sistematica: chiusura delle scuole slovene e croate, italianizzazione forzata di cognomi e toponimi, repressione culturale, deportazioni di massa, sequestri di case, terreni e depositi bancari, villaggi incendiati e stragi di civili.
Migliaia di sloveni e croati — donne, anziani e bambini inclusi — finirono nei campi di concentramento italiani: Arbe/Rab, Visco, Gonars, Monigo, con decine di migliaia di internati civili tra il 1942 e il 1943.
Apice simbolico nel febbraio 1942: la Recinzione di Lubiana (Žica okoli Ljubljane). Oltre 30 km di filo spinato trasformarono il capoluogo sloveno in un campo di prigionia a cielo aperto.

Proclama dell’Alto Commissariato italiano per la Provincia di Lubiana (1942): divieto di uscita dalla città recintata. Documento della politica di controllo e internamento della popolazione civile slovena.

Posto di controllo lungo la recinzione militare che circondò Lubiana nel 1942: oltre 30 km di filo spinato trasformarono la città in un campo di prigionia a cielo aperto.
I quaranta giorni che cambiarono la percezione della città
Maggio 1945. Finita la guerra, la resa dei conti.
L’Esercito Popolare Jugoslavo entra a Trieste. Per quaranta giorni la città è sotto controllo jugoslavo.
Non fu un’amministrazione ordinaria. Il cuore operativo fu l’OZNA, polizia politica rivoluzionaria: arresti extragiudiziali, deportazioni, sparizioni, esecuzioni sommarie.
La sua forza era l’opacità: non rispondeva ai comandi militari, né alle strutture civili provvisorie e neppure ai quadri politici locali. Funzionari jugoslavi incaricati dell’amministrazione non sapevano con chi trattare.
Trieste non vide uno Stato che governa: vide un apparato che epura. Ed è su quella percezione — più che sui numeri — che si radicò una frattura destinata a durare decenni.

Truppe dell’Esercito Popolare Jugoslavo a Trieste nel maggio 1945, durante i quaranta giorni di occupazione militare della città.
Il quasi-scontro tra alleati e la nascita della Guerra Fredda
Quando le truppe jugoslave entrarono a Trieste, arrivarono per prime.
I reparti neozelandesi dell’8ª Armata britannica giunsero con un ritardo minimo, trovando la città già occupata.
La presenza simultanea dei due eserciti trasformò immediatamente la liberazione in una crisi politico-militare.
Trieste, assieme a Berlino, divenne uno dei primi fronti caldi della Guerra Fredda nascente — ma senza il riconoscimento simbolico che a Berlino fu sempre attribuito.

Il generale neozelandese Bernard Freyberg incontra i comandanti del IV Corpo jugoslavo a Monfalcone nel 1945. Un’immagine di apparente cordialità che maschera la crisi politico-militare in atto: le truppe alleate e jugoslave erano a un passo dallo scontro armato per il controllo di Trieste.
Lo Stato che doveva essere
Il 10 febbraio 1947 il Trattato di Pace impose la creazione del Territorio Libero di Trieste — non una scelta italiana, ma sanzione a una potenza sconfitta, corresponsabile con la Germania nazista della guerra di aggressione.

Parigi, 10 febbraio 1947 — Antonio Meli Lupi di Soragna firma per l’Italia il Trattato di Pace imposto dalle potenze vincitrici. Con quell’atto cessò la sovranità italiana su Trieste e venne istituito il Territorio Libero come entità internazionale.
Decisione multilaterale delle potenze vincitrici e associate:
USA, URSS, Regno Unito, Francia, Jugoslavia, Grecia, Cecoslovacchia, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Norvegia, Danimarca, Etiopia, Australia, Nuova Zelanda, India, Unione Sudafricana, Bielorussia, Ucraina.
Nascita giuridica il 15 settembre 1947: cessò la sovranità italiana, entrò in vigore il regime internazionale garantito ONU.
Gli Allegati VIII e IX resero il Porto Franco un’infrastruttura neutrale, sottratta alle logiche nazionali, aperta al commercio europeo con garanzie multilaterali.
Uno Stato esisteva nel diritto internazionale. La Guerra Fredda lo rese impraticabile nella realtà.
La normalizzazione senza soluzione
1954: Memorandum di Londra, amministrazione civile della Zona A all’Italia.
1975: Trattato di Osimo, stabilizzazione del confine.
Il nodo originario non fu sciolto: fu congelato.
Il suicidio politico del 2014
Le mobilitazioni sul Porto Vecchio dal 2012 al 2014 — con picchi di partecipazione che portarono in piazza migliaia di persone — avrebbero potuto essere l’occasione storica per consolidare un fronte popolare indipendentista ampio e trasversale a Trieste.
Era il treno che non passerà più: in quel momento il Movimento Trieste Libera sfiorava (e in alcuni conteggi superava) i 2.600 iscritti, un numero che in città surclassava gli iscritti di tutti i partiti italiani tradizionali messi assieme.
Si trattava di un potenziale inedito: una mobilitazione di base che univa generazioni diverse, classi sociali e sensibilità politiche attorno alla rivendicazione legalitaria del Territorio Libero e del Porto Franco internazionale, riuscendo — fatto del tutto inedito dal secondo dopoguerra — a coinvolgere anche i gruppi linguistici della Zona A del TLT, italiani e sloveni, su una piattaforma politica comune.
Accadde l’opposto.
Scelte strategiche sbagliate — prima fra tutte una mal riposta fiducia totale nelle Nazioni Unite — si sommarono all’illusione di ottenere riconoscimento giuridico nei tribunali italiani, a conflitti interni insanabili, personalismi, divisioni ideologiche e interferenze esterne mai del tutto chiarite.
La vertenza internazionale finì così ridotta a sterile contenzioso domestico.
Risultato: logoramento irreversibile.
Oggi ciò che rimane del fronte indipendentista appare frammentato e incapace di qualsiasi ricomposizione strategica. Da anni è venuta meno perfino la volontà di affrontare le divisioni interne: ogni tentativo di dialogo si arena in risse verbali, muri di incomunicabilità e faide social che rinfocolano conflitti personali più che costruire visioni politiche.
Quello che avrebbe dovuto proiettarsi all’esterno si è trasformato in un microcosmo autoreferenziale, imploso su sé stesso.
Eppure, proprio quella stagione di mobilitazione lasciò un’impronta concreta.
L’azione indipendentista tra il 2011 e il 2014 contribuì a riaccendere l’attenzione internazionale sul regime giuridico del Porto Franco, riportandolo al centro del dibattito politico e amministrativo dopo decenni di marginalizzazione.
Non è un caso se, negli anni immediatamente successivi, il Governo italiano fu costretto ad adottare i decreti attuativi che resero operativi gli Allegati del Trattato di Pace: i provvedimenti firmati nel 2017 dai ministri Graziano Delrio e Pier Carlo Padoan diedero finalmente – anche se inutilmente – attuazione formale al regime di Porto Franco internazionale di Trieste.
È anche su quella riattivazione giuridica che si innestano oggi gli insediamenti logistici esteri, dall’Ungheria alla Slovacchia.
Il Porto Franco che funziona… per altri

Area operativa del Porto Franco di Trieste, oggi snodo logistico strategico per i traffici centro-europei.
Mentre Trieste resta paralizzata dal dibattito memoriale, il porto lavora — e lavora per capitali esterni.
L’Ungheria ha acquisito circa 32 ettari nell’area ex Aquila tramite Adria Port. Operatività prevista 2028.
La Slovacchia moltiplica i traffici intermodali: oltre 400 treni annui, in crescita.
Il Porto Franco sopravvive nella pratica — ma a trazione estera, in un contesto locale incapace perfino di comprenderne la funzione strategica, oltre che di governarne le ricadute.
Il ritorno della geopolitica
Corridoi energetici, rotte indo-mediterranee, riarmo europeo: Trieste riacquista centralità strategica nelle cancellerie.
La dimensione internazionale, rimossa localmente, riemerge altrove.
Se la città non la rivendica, qualcun altro la userà al suo posto.
Trieste al bivio
Continuare a nutrirsi di scontri memoriali o recuperare una visione geopolitica pragmatica.
Senza ambiguità sulla totale responsabilità storica del fascismo, che sul confine orientale avviò una politica di aggressione, snazionalizzazione e repressione sistematica.
Senza per questo giustificare né assolvere le epurazioni jugoslave del 1945, che furono violenze politiche reali, gravi e documentate.
Ma senza restarne prigionieri, né trasformare il passato in un alibi permanente che impedisce alla città di agire nel presente e di immaginare un futuro.
Perché una città che confonde la comprensione storica con l’equidistanza morale finisce col paralizzarsi — e lasciare che siano altri a decidere per lei.

Il Porto Franco di Trieste in attività: la funzione internazionale prevista dal Trattato di Pace sopravvive nella pratica, mentre il dibattito locale resta ancorato al passato.
Conclusione
Il 10 febbraio segnò la firma che previde uno Stato internazionale.
Il 15 settembre ne sancì la nascita giuridica.
Oggi è il giorno in cui Trieste viene riconsegnata al passato: ostaggio della memoria quando va bene, discarica dei ricordi quando va peggio.
Una città che vive solo di anniversari non costruisce futuro.
Come ammoniva Friedrich Nietzsche:
«Chi guarda sempre all’indietro finisce col credere all’indietro»
e a camminare come i gamberi.
La storia non aspetta chi resta inchiodato a fissare lo specchietto retrovisore mentre il mondo, intanto, ha già cambiato corsia.
Alessandro Gombač
Fondatore e primo Presidente del Movimento Trieste Libera –

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